MARCELLO FOIS.

IN SARDEGNA NON C' IL MARE.

Viaggio nello specifico barbaricino.


2008.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'Autore.
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Marcelle Pois nasce a Nuoro nel 1960. Nel 1986 si laurea in italianistica presso l'Universit di Bologna. Nel 1989 scrive il suo primo romanzo, Ferro Recente che, grazie a Luigi Bernardi della Granata Press, viene pubblicato nel 1992 in una collana di giovani autori italiani, nella quale figurano anche i primi libri di Carlo Lucarelli e Giuseppe Ferrandino. 
Sempre nel 1992 pubblica Picta, con cui vince (ex aequo con Mara De Paulis) il Premio Italo Calvino[1]; nel 1997, per Nulla (con cui inizia la collaborazione con la casa editrice Il Maestrale), riceve il Premio Dess. 
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Nel 1998, ancora per Il Maestrale, esce Sempre caro, primo romanzo di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo), ambientata nella Nuoro di fine Ottocento e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per il quale Fois si  ispirato a un avvocato e poeta nuorese realmente esistito: Sebastiano Satta. Con Sempre caro nel 1998 vince il Premio Scerbanenco[2]. Con Dura madre vince nel 2002 il Premio Fedeli e nel 2007 riceve il Premio Lama e trama alla carriera. 
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Oltre che alla narrativa, Fois si dedica anche alla sceneggiatura, sia televisiva (Distretto di polizia, L'ultima frontiera) che cinematografica (Ilaria Alpi. Il pi crudele dei giorni), e al teatro per cui ha scritto L'ascesa degli angeli ribelli, Di profilo, Cerimonia con Marinella Manicardi, Filippo Morelli, Mirella Mastronardi (segnalata al Premio UBU come giovane attrice non protagonista), Stazione (un atto unico per la commemorazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno e Cinque favole sui bambini (trasmesso a puntate da Radio 3 Rai). Dal suo racconto Disegno di sangue, pubblicato nel 2005 nell'antologia Crimini,  stato tratto un episodio dell'omonima fiction televisiva, trasmesso nel 2007 da Rai 2. 
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Ha scritto anche un libretto operistico tratto dal romanzo di Valerio Evangelisti, Tanit. 
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Nel 2007, con il romanzo Memoria del vuoto, edito da Einaudi nel 2006, ha vinto il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il premio Volponi e il Premio Alassio Centolibri - Un Autore per l'Europa. Con Giulio Angioni e Giorgio Todde  fra i fondatori del festival letterario L'isola delle storie di Gavoi[3].  un esponente della "nuova letteratura sarda". Nel 2012  tra i finalisti del Premio Campiello con il libro Nel tempo di mezzo, risultato poi vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 2016 vince il premio Asti d'Appello con il libro Luce perfetta, mentre nel 2017 vince la prima edizione del Premio Crovi col romanzo Del dirsi Addio. 
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Di cosa stiamo parlando...
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Premetto che sono un sardo di Barbagia. Il che sembrer capzioso, e, di fatto, lo : capziosit e
una certa cavillosit sono caratteristiche salienti del sardo di Barbagia. A noi le i senza puntino non ci
piacciono proprio, anzi quando  possibile di puntini ne mettiamo due o tre, e aperta parentesi, e
eccetera eccetera, e cos via. Questo perch, se il barbaricino non ha esattamente chiaro quello che , ha
invece perfettamente stampato a fuoco dentro di s quello che non . Per esempio: il sardo barbaricino
capisce di essere sardo, cio di far parte di un territorio definito, solo quando ha varcato il mare. Finch
non c mare, non c Sardegna che tenga. Mi spingerei fino a dire che finch non c il mare non c
nemmeno Barbagia che tenga. Il frazionamento, la messa in piega, il particolare, arrivano a definire
lindefinibile in maniera entomologica: barbaricino, certo, poniamo di Nuoro, poniamo di San Pietro,
poniamo della zona del Rosario, poniamo del cortile tal dei tali e via cos. E poi: figlio di, nipote di,
fratello, o sorella, di... eccetera. Ogni barbaricino  un albero genealogico vivente che ha una posizione
e una tassonomia precisissime;  lui, ma quello che  dipende dalla perfezione della sua collocazione
nelluniverso locale. Mi sono convinto nel tempo che questo bisogno di precisione dipenda dalla
coscienza della propria imprecisione. E cio che sia proprio questo bisogno di collocarsi a denunciare
una incapacit atavica di autodefinirsi.
Qualunque scrittore, qualunque saggista si sia spinto a raccontare questa particolare
caratteristica dei barbaricini  rimasto imbrigliato in una sequela bizantina di opposizioni, che, nella
maggior parte dei casi, finiscono sempre per dimostrare la correttezza della teoria di base. Per esempio:
il barbaricino ha una conoscenza comparativa, a casa sua anela a modelli esterni e li confronta
costantemente con i suoi modelli autoctoni, in genere dichiarandosi dentro di s perdente. Opportunit,
civilizzazione in genere, qualit della vita, per limitarsi ai macrosistemi, alle falde del Gennargentu
sembrano sirene irraggiungibili di maestosa bellezza. Ecco, la situazione si rovescia, nel particolare,
quando un barbaricino varca il mare. Per esempio: il pane, in Continente, fa schifo; il nostro latte 
meglio; laria da noi  unaltra cosa. Insomma, fuori dal proprio territorio la comparazione si rovescia e
da perdenti si diventa vincenti. Vai a spiegare che non sono mai comparabili macrosistemi e
microsistemi, che un Piano del Colore e il prezzo della lattuga sono due cose, se pur ugualmente
importanti, totalmente diverse. Io che ho vissuto in prima persona questo particolare sistema di
autodeterminazione esterna posso dire che quella differenza  inspiegabile perch la posta in gioco  la
propria posizione nel mondo.
Ci vogliono anni per stabilire che accettarsi per quello che si  non significa necessariamente
compararsi, ma, semplicemente, accostarsi. Ma di fatto da qui bisogna partire: prendete me, io vengo
da Nuoro, quartiere San Pietro, ma non per molto, infanzia a Istiritta (area del boom economico locale),
genitori nellamministrazione pubblica, ma figli di pastori, conciatori, macellai (la madre) e militari (il
padre). Quando sono venuto al mondo mi hanno insegnato che ero figlio di, nipote di, che a sua volta
era razza di, proveniente da... E questa sequenza biblica resta a tuttoggi una delle poche certezze che
io sia riuscito a mantenere su me stesso, il resto naviga nel mare magnum dellimponderabile... Nuoro,
San Pietro, Istiritta, via Piemonte, Palazzine Incis; figlio di Vincenzo e Luigia, figli di Giovannantonio
e Grazia, e Mariantonia e Antonio, resta per me una specie di cordone elicoidale genetico e ombelicale
da cui  impossibile staccarsi. Come  impossibile staccarsi da una certa qual visone apodittica del
mondo. Fate una richiesta a un barbaricino ed egli vi risponder comunque di no. No. Prima no, poi si
discute. Il percorso dal no al s  un viaggio perigliosissimo. Si ha un bel tentare chiarezza, anche nella
migliore delle esposizioni la minima crepa pregiudica la stabilit del tutto, come nella leggenda della
diga olandese tenuta in piedi dalleroico dito di un ragazzo che aveva notato una piccola falla. Ecco, fra
noi barbaricini e quelleroe nordico c una distanza determinata da questa particolarissima
propensione alla tragedia. Noi la diga la facciamo crollare, per ricostruirla magari, ma intanto che
crolli. Per noi leroismo  quello suicida dello scampato alle Termopili al quale il racconto che
custodisce costa la vita. Tra i graniti abita la tragedia nella sua connotazione filosofica e letteraria
primaria. Il sentimento si porta addosso come un abito, il racconto  pi efficace se sorprende persino
colui che lo racconta. Da qui il no. No significa mi faccio portatore, quasi tramite, di una storia che non
voglio conoscere, ma della quale conosco il peso drammaturgico, e della quale sar il primo a
sorprendermi. Questa forma di aedo bipolare ha costruito la nostra particolare visione del mondo, ma
anche, praticamente, la nostra straordinaria forza conservativa, tuttaltro che conservatrice. No significa
che prima si ragiona di s e poi si vede, in una specie di individualismo estremizzato e concentrato in
cui il generale assume sempre contorni sfumatissimi. In uno scritto di questo tipo, per esempio, gi una
frase, gi una parola mal interpretata o mal scritta, potrebbe determinare il crollo del tutto. Da noi
quello che va bene non conta, conta solo quello che va male. Perch quello che va bene non 
interessante da raccontare e soprattutto perch non ha peso drammaturgico.
Il rapporto con i media e con la letteratura la dice lunga su questo argomento. Basta nulla per
trasformare in carta straccia anche la pi profonda delle riflessioni, ma la verit vera  che, in
televisione o nei quotidiani che parlano di noi, noi cerchiamo esclusivamente quello che manca. Quello
che c in genere non ci interessa. Questa rigidit  spesso scambiata per tenacia, o, peggio, per
profondit, come sintomo di una sacca di arretratezza positiva: i sardi sono antichi, i barbaricini pi
antichi ancora, dunque pi tenaci, pi profondi, pi riflessivi. E invece no. No.
Il gusto del dramma distorce le cose: da bambino ero cos preoccupato della normalit che
circondava la nostra famiglia che pi di una volta mi sono chiesto se fossimo abitanti del posto o di un
altrove che non riuscivo a definire. Avevo sei anni, frequentavo la seconda elementare (avevo fatto la
primina), e me ne andavo in giro per Nuoro con la mia cartella a tracolla, il grembiule blu, colletto
bianco, fiocco azzurro. Intorno a me, negli spazi per i manifesti pubblici erano esposte le taglie dei
ricercati: dieci milioni per Graziano Mesina; dieci milioni per Miguel Atienza; e poi Pirari, Campana...
Questi ragazzi mi guardavano mentre io, bambino, a piedi, andavo a scuola. La mia Storia, personale e
collettiva, era costruita su quegli sguardi l. Quelli sono i primi No che ho sentito. Da poco tempo
avevo visto i primi elicotteri veri della mia vita e da quegli elicotteri venivano paracadutati i caschi blu.
Militari veri, con vere armi, che allora non venivano ancora chiamati Forze di Pace... Eppure,
nonostante vivessi in un territorio governato dalle leggi speciali, non avevo paura. Anzi, penso a
quellinfanzia kosovara come una stagione totalmente felice. Ma era una felicit incosciente, una
felicit che mi faceva temere solo la normalit. Quando cera una brutta notizia da dare io correvo a
darla perch volevo sorprendermi per primo. Tanto pi che essere latore della tragedia, in senso pratico,
o solo letterario, o addirittura filosofico, era una forma di esorcismo: in fondo voleva dire che se potevo
darla io, se laedo in questione ero io, allora forse quella tragedia non poteva toccarmi se non in forma
retorica.
Distanze
Altra cosa erano, e sono, gli spostamenti. Il senso delle distanze. Deve esistere un gene che
modifica questo tipo di percezione; a me, per esempio, sembrava un viaggio, e un viaggio vero, uno
spostamento da Nuoro a Cagliari, poco meno di 200 chilometri, una distanza che, da continentale, mi
pare decisamente abbordabile. Io me lo spiego col fatto che uno nasce in unisola e capisce che il suo
stesso nascerci comprende un senso limitato dello spazio.
In Sardegna, la Barbagia  una Sardegna. Una delle tante. Poche cose uniscono i sardi in senso
di popolo. Una di queste  senza dubbio il mare che li circonda. E i padri, che la sapevano lunga,
avevano col mare un rapporto bipolare: da l venivano le ricchezze, ma pi spesso gli invasori. Il mare
 contemporaneamente prigione ma anche corridoio verso la libert. Il mio senso di sollievo durante
uno spostamento in Continente iniziava nel momento stesso in cui a Civitavecchia abbandonavo la
nave. Da l avevo la netta sensazione che, qualunque fosse la meta reale del mio spostamento, il viaggio
fosse finito. Sulla terraferma qualunque tragitto sembrava abbordabile.
Da Nuoro allinterno si viaggiava con il pullman. Per quanto si tratti di pochi anni fa, al
massimo trenta, lautomobile non era cos diffusa come ora: da Oliena a Nuoro, da Mamoiada a Nuoro,
da Orune a Nuoro, un viaggio era ancora un viaggio. Si saliva sul pullman e si scendeva alla Sita. Noi
la stazione delle autocorriere la chiamavamo cos, con il nome dellazienda dei trasporti. Ed era una
vera stazione. Come ora, trentanni dopo, nellepoca delle automobili e degli spostamenti in aereo, non
ce ne sono pi. La Sita, dicevo, era proprio di fianco alla mia scuola elementare, e risultava sotto ai
cosiddetti Giardinetti, uno spazio verde, che allora cera e ora non c pi... L dove c'era l'erba ora
c... una gettata di cemento per un arredo urbano che riesca a superare le incursioni dei vandali. La
Sita era un posto molto trendy, sedili azzurri, modanature in legno, tabellone degli orari a lettere e
numeri staccabili multicolori su base di velluto. Le biglietterie erano dietro a una specie di bancone da
bar, con inserti in ceramica a motivi similtribali. I pullman parcheggiavano poco fuori dallingresso
della stazione e si disponevano in una specie di molo a spina di pesce; per salirvi ci si ammassava nel
poco spazio a disposizione. Gli autisti facevano una sosta bar che qualche volta travalicava gli orari
segnati sul tabellone multicolore e qualcuno lo faceva notare. Qualche volta, lautista bisognava
proprio andare a tirarlo fuori dal bar dove stava facendo chiacchiere e bevendo una birretta. Il
bigliettaio, in genere pi ligio dellautista, era sempre di buon carattere e parlava in sardo con le
anziane che continuamente chiedevano conferme: Pro Oliana custu andat bene?, Eja, eja, arziae
Tzia m chest partinde... E la vecchia saliva con fatica. Cos come di primo mattino era scesa alla
stazione. Il viaggio a Nuoro era un viaggio. E si doveva arrivare presto perch bisognava fare la fila
alle Poste, al dispensario, allInps, al Consorzio agrario; oppure andare a trovare qualche parente
malato allo Zonchello o allospedale San Francesco o in carcere. Era un viaggio anche per i pendolari
che dovevano raggiungere gli istituti scolastici o gli uffici.
A Nuoro si arrivava per questioni di uffici, appunto. Non  che ci fosse un senso in questa citt
se non per il fatto che qualcuno a suo tempo aveva stabilito che dovesse essere citt e aveva fatto
costruire un edifico coloniale per le Poste, un edifico a forma di M per autocelebrazione e poco altro.
Ma torniamo alla Sita perch  lei il nostro centro. Chi scendeva da quei pullman arrivava davanti alla
caserma della Polizia, e poi continuava, seguendo il profumo di tavola calda, verso il Mercato.
Agli inizi degli anni settanta si diffusero a Nuoro le tavole calde. Io la prima vera e propria
credo di ricordarla... Era, appunto, nella discesa che dalla Sita portava al Mercato. A dire il vero pi che
tavola calda era una rosticceria per polli, ma faceva anche i panini, il che a me ragazzo, e ancora
piuttosto bambino, sembrava particolarmente strano. Non capivo come si potesse pensare di pagare una
cosa casalinga, direi quasi intima, come un panino. Va beh, comunque credo proprio che quella fu la
prima vera rosticceria di Nuoro... Poi vennero le Quattro Colonne, che era una autentica tavola calda
con tanto di lasagne, cotolette e scaloppine - nomi veramente esotici, come sushi o sashimi - ma le
Quattro Colonne era distante dalla stazione dei pullman anche se piuttosto vicina a quella dei treni. Se
treni si possono chiamare, ma questa  unaltra storia... A partire da quella stazione, la Sita, si assisteva
a un fermento locale di paesani che, per la prima volta, vedevano Nuoro come citt, paradossale, forse
incredibile, ma citt. Il posto della Rosticceria e della Tavola Calda, il posto dove la gente aveva tanto
da fare che non aveva il tempo nemmeno di prepararsi un piatto caldo. Questo, insieme alle seggiole
azzurre, insieme al tabellone multicolore, insieme al percorso olfattivo e burocratico nei meandri della
burocrazia barbaricina, faceva citt.
I ragazzotti di paese vedevano i cittadini nuoresi uscire dalla Barberia Raggio, ma gi, al
Raggio che faceva solo tagli continentali, alla Vergottini per intenderci, il termine barbiere stava
stretto... Cos giovanotti cotonati, dalle basette scolpite e i baffi dipinti, mostravano la loro urbanit ad
altri giovanotti scrunniati dal barbiere, quello s barbiere, locale. Ah, terreno di confronti e di
differenze la Sita! Primo passo verso unidea nuova... Verso una nuova coscienza del s. Insomma, a
Nuoro succedevano alcune delle cose che si vedevano in televisione. Per esempio i tagli di Raggio che
aveva il salone proprio attaccato alla Sita; o la macchinetta per farsi le foto tessera che si trovava l
davanti, a cosa servissero poi le foto tessera, chiss...
Il viaggio a Nuoro, per la prima volta, diventava un viaggio. Per la prima volta si potevano
concepire altri modus vivendi... Non tutti buoni per... Come se il boom economico, tra la Sita e il
Mercato, fosse esploso, improvviso, ma con dieci anni e passa di ritardo. Ora si guardavano in tralice
questi biddai che piovevano a frotte e che invadevano la rosticceria, la macchinetta delle foto tessera...
Ora le distanze si dilatavano nel ridursi. Paradossi della modernizzazione. Da quei pullman ora
scendevano furie scatenate e infantili di Alici nel Paese delle Meraviglie. Che volevano vedere il
Supermercato con i carrelli di via Gramsci e il colossale Upim che aveva rimpiazzato il cinema Ariston
in viale del Lavoro, angolo via La Marmora. Ecco, uscire dal paese e fare la commessa all'Upim era
importante come vincere un concorso al Ministero. Per fare la cassiera valeva la pena di smuovere le
amicizie pi influenti. Il boom! Che era un passaggio di termiti voraci, come di prigionieri costretti a
un digiuno lunghissimo. Fare loperaio a Ottana, valeva tutto... Valeva lo stipendietto, come si
diceva allora, e la fatica sembrava minore.
Dalla Sita scendevano giovanotti che facevano anticamera nellufficio dellonorevole, per lo
stipendietto. E lonorevole, come il medico - ma spesso coincidevano - profumava come una signora
e non si vergognava, aveva un taglio continentale, portava completi color azzurro cenere, o sabbia, e
cravatte a disegni geometrici. Il posto era di addetto a qualcosa e valeva un investimento, come
lutilitaria tanto per evitare il pullman o il passaggio da un collega anche lui addetto a qualcosaltro. Io
cos me li ricordo quegli anni fatali del desiderio. Sono stati brevissimi. Uninfanzia breve e un ricordo
malinconico. A sera, poi, dalla Sita si ripartiva, partiva lidea di citt, lidea di progresso, le buste
dellUpim, la carta oleata della rosticceria, il sentore dellonorevole ancora nel naso, il taglio di Raggio
fresco fresco. Approdando al paese si guardava il silenzio arcaico dei sagrati con una rabbia molto
simile alla passione.
Finita la guerra, mio padre trov lavoro presso la Fondazione Rockefeller, che attraverso
l'Erlaas (Ente regionale per la lotta antianofelica in Sardegna) si occupava della disinfestazione
antimalarica nelle zone non ancora bonificate della Sardegna. Un lavoro che gli permise di pensare
seriamente a mettere su famiglia. Per estensione, dunque, anche io, oltre che figlio del boom, sono
figlio di Rockefeller, la qualcosa credo abbia a che fare con quella mia caratteristica, sempre messa in
evidenza da mia nonna, di essere incapace di comprendere la mia povert. Tu sei povero, ma ragioni
da ricco, diceva mia nonna di me. Pi chiaro di cos... Comunque, quando mio padre inizi a lavorare
per lErlaas io non ero ancora nato. Come tutti quelli della sua generazione, era un giovanotto smilzo
che non aveva avuto la Storia dalla sua parte.
Nascere nel 29 in Barbagia significava nascere in un limbo a-storico: troppo piccolo per la
guerra, troppo giovane per il dopoguerra. Mio padre  lesemplare direi genetico della Sardegna senza
mare. Lui il mare lo vide la prima volta quando alla sua squadra di disinfestatori fu assegnato il
territorio che andava da Capo Comino a San Teodoro.
Visto oggi, quel territorio non racconta nemmeno un millesimo di quel passato di magnificenza.
Le spiagge intatte, il mare incredibilmente limpido, le mandrie a riva, i gigli di mare che fiorivano sulla
sabbia... Erano territori femminili, le proprietarie erano tutte figlie femmine a cui venivano assegnati in
eredit i poderi a mare perch improduttivi. Le squadre di giovanotti che combattevano la Culex
malarica erano unavanguardia proveniente da un mondo alieno armata di stantuffi e miscele al piretro.
Siamo negli anni cinquanta eppure in molti di questi posti vigeva ancora il baratto. Il mondo estremo
per mio padre ventenne era a pochi chilometri da casa sua, superate le creste montuose. Una
definizione della Sardegna in quanto continente io credo consista in questa possibilit di generare
stupore di s. Quella breve distanza corrispondeva ad un viaggio immenso. E dimostrava che possono
esservi diversit talmente contigue da vivere fianco a fianco. La gente della costa era timida e gentile,
non ancora imbarbarita dal turismo di massa e dalla sindrome del mattone. Nel centinaio di chilometri
che separano Capo Comino da San Teodoro, lu nuaresu, il nuorese, che poi era mio padre, collezion
qualcosa come sessanta, settanta compari di battesimo. Lui era straniero in terra straniera a trenta
chilometri da casa sua. Aveva visto il mare e a casa, in montagna, ne parlava con meraviglia.
Cos, qualche anno dopo, noi, la famiglia Fois, siamo stati i primi del nostro quartiere a partire
per le vacanze balneari. Accompagnato dallo scetticismo generale, mio padre caricava la macchina
allinverosimile per raggiungere laltro mondo e passare un mese al mare. Arrivati a Budoni, si
abbandonava il mezzo e si procedeva col carro a buoi seguendo il letto secco di un fiume fino a Ottiolu.
Qui, prima di arrivare alla spiaggia si attraversavano poderetti rinchiusi da muretti a secco e uno
stagno. Al mare si stava per tutto il giorno, da soli. Le ore pi calde si passavano protetti allinterno di
un capanno di canne, al suolo per proteggerci dalla sabbia erano distese coperte militari... Io credo che
lo stupore dei nostri vicini per la famiglia di matti che andava a combattere zanzare derivasse dal
fatto che per il barbaricino, che pure denigra il proprio posto quando pu, non pu esistere un posto pi
bello del suo. Era una poetica elementare, ma primigenia, a guidare questo sentimento, come una forma
di arretratezza meravigliosa. Una poetica che si nutriva di storia, perch come spesso avviene il
metafisico si ciba dellestremamente fisico.
Lo scetticismo verso il mare era il prodotto di un dato trasferito di bocca in bocca come il
racconto della grande diaspora dalla Diocesi di Galtell per sfuggire alla malaria. Raggiunto lacrocoro,
protetti nellaltipiano, quei coloni civilizzarono i trogloditi locali, che non conoscevano nulla, ma
avevano aria salubre e ignoravano lesistenza stessa delle zanzare. Profughi gli uni, poco pi che
nuragici gli altri. Ma costruirono il senso primo della Barbagia. Frutto di civilt difformi, estreme, che
hanno prodotto un nuovo codice: del pastore poeta, del violento sentimentale, della donna imperatrice
suo malgrado, dellinvidia come valore comunitario. E la diffidenza nei confronti del mare che resta,
nonostante la corsa al mattone e al cemento in questa era di resort e villini in stile pseudosardo.
Lignorare e labusare sono due estremi che si toccano, e, a ben guardare, raccontano la stessa storia.
Comunque, una sera al bar emporio di Ottiolu il suo compare di turno, un ex barbiere a domicilio di
Budoni che aveva imparato il mestiere in Germania e che, dopo aver fatto un tredici al totocalcio,
aveva aperto il primo vero salone della costa, gli propose di acquistare un pezzo di terreno a mare per
una cifra, praticamente simbolica, che si aggirava allora intorno alle cinque lire al metro quadro. Mio
padre ringrazi, ma declin lofferta. Per quanto amasse il mare, quel mare, non lo amava abbastanza
da comprarsene un pezzo. Tanti pregi, ma mai avuto il pallino per gli affari, mio padre.
Luoghi piuttosto comuni
Cicerone fu uno dei primi che provarono a definire il carattere dei barbaricini. Concluse
affermando che eravamo troppo selvaggi per avere un carattere. Un gradino appena sopra le bestie che
custodivamo: pelliti (vestiti di pelli), irsuti, scorbutici, permalosi, astiosi, incapaci di mantenere i patti.
Egli stesso sent il bisogno di farne pervenire qualche esemplare al suo imperatore perch potesse
suffragare de visu le sue affermazioni. Un esemplare maschio e uno femmina, che se non fosse stato
per la barba molto pi folta del primo erano difficilissimi da distinguere. Naturalmente si preoccup di
farli viaggiare in condizioni impossibili in modo che giungessero al cospetto del divo Augusto laceri,
sporchi e imbestialiti. Siamo in piena et del Ferro Recente: quellesposizione pubblica metter la
parola fine su una civilt millenaria. Una civilt di costruttori, di guerrieri, di sacerdoti.
Quellesposizione fu anche un paradigma. E produsse un pregiudizio, una specie di viatico per
chiunque nei secoli successivi si trovasse a dover descrivere il carattere dei sardi e dei barbaricini in
particolare.
Un paradigma, padre di un pregiudizio, zio di un luogo comune, prozio di una sintesi ad hoc del
tutto priva di supporti nella realt dei fatti.
C da specificare che dai tempi di Cicerone in poi la Sardegna  sempre stata di qualcun altro
fuorch dei sardi. Degli spagnoli, ai quali si ascrive laver portato nellisola una certa qual pomposit
rituale, un cattolicesimo integralista, un linguaggio pi morbido. O dei francesi, che, dopo averla ben
sfruttata, le hanno preferito la Corsica. O dei piemontesi, che vi hanno apportato nellordine: il
latifondo, la burocrazia, leconomia di mercato, e che lhanno quasi completamente disboscata. Quindi
degli italiani, che ininterrottamente, a partire dallunit nazionale, lhanno usata come serbatoio di
carne da guerra.
Ergo, a parlare del carattere dei sardi si corre il rischio di parlare degli effetti del colonialismo e,
dunque, di una popolazione che ha avuto poche opportunit di sviluppare una propria, originale,
visione del mondo. Tuttavia, questo non  del tutto esatto perch la Sardegna  un continente, non una
regione. Ha storie diversissime, sviluppi e reazioni diversissime ai medesimi stimoli; lingue diverse,
cibi diversi...
Persino il generale La Marmora, attraversandola da nord a sud, fu costretto ad ammetterlo. Fu
costretto ad ammettere per esempio che, nonostante tutto,  impossibile descrivere il carattere dei sardi,
ma bisognerebbe tentare di descrivere i caratteri dei sardi.
Un Nord burocratizzato, fucina di politici, in qualche modo punta di civilizzazione, con ampie
cittadine alla francese, con coste che si affacciano sulla Spagna e sulla Liguria, con cattedrali pisane e
barocche. Un Sud ricco, agricolo e minerario, granaio di Roma, ma anche la sede di tutte le economie
isolane; aperto alluniverso mondo tramite il grande porto dellantica Cagliari. E poi il centro, la
Sardegna nella Sardegna, inaccessibile, boscosa, irta, pastorale. Il generale piemontese concluse che
non valeva la pena di dilungarsi pi di tanto nella descrizione delle popolazioni addomesticate e presag
che, se di un carattere originale, meglio originario, dei sardi si poteva parlare, lo si poteva fare solo a
partire da quella fetta di territorio restata vergine. Un altro pregiudizio e unaltra svista. Un
pregiudizio e una svista che mascherando da eccellenza una politica di omologazione hanno
semplificato la complessit e hanno generato il vademecum di un carattere altrimenti indefinibile,
producendo una serie di luoghi comuni ai quali i barbaricini stessi credono per primi.
I BARBARICINI SONO TESTARDI
Mio cugino  la persona pi docile che conosco. Voi mi direte che un cugino qualunque di uno
scrittore qualunque  scarsamente rappresentativo e non basta, persino se lo dovessimo considerare da
un punto di vista statistico, a confutare una caratteristica come la testardaggine, che per i barbaricini
sembrerebbe codificata persino dalla genetica. Eppure non  cos, mio cugino rappresenta la punta
delliceberg, direi quasi lavanguardia, di una schiera immensa di barbaricini che non sono testardi. Lui
pensa che la civilt consista nel farsi la casa grande, anzi grandissima: tavernetta attrezzata, due
telefoni cellulari per membro della famiglia, un televisore in ogni stanza, berlina, utilitaria, 4x4,
poderetto con ovile, casa al mare... Appena diventato padre ha impedito ai suoi figli di usare anche
solo una sillaba della lingua locale, per un pi civile italiano corrente. Pi docili e addomesticati di
cos... Per il resto la testardaggine dei barbaricini mi pare assolutamente in linea con la norma
nazionale: maggiore di quella dei molisani, forse, ma minore di quella degli umbri, giusto per tentare
dei paragoni.
I BARBARICINI SONO OSPITALI
Devo ammettere che, ospitali, siamo ospitali. Talmente ospitali che qualche volta al viaggiatore,
o turista che sia, viene voglia di essere da tuttaltra parte fuorch in Barbagia. Perch non ci vuole
niente ad accettare di buon grado lospitalit di un popolo. Ma se quel popolo  il Popolo barbaricino,
avete mai provato a rifiutarla? Avete mai provato a dire basta alla quindicesima portata nel corso di
un pranzo che dura da ore? Avete mai provato a dire che non avete voglia di niente se qualcuno vi offre
qualcosa al bar? Provateci, farete unesperienza mistica. Capirete che  pi facile accettare che rifiutare
se non volete raggelare un caldo clima festoso o non volete provare a spiegare che non siete abituati a
bere birra alle sette del mattino (un barbaricino che si rispetti a qualunque ora entriate in un bar vi offre
una birra o un bicchiere di vino se siete maschi, caramelle o un caff se siete femmine). Un consiglio:
dite di s. Al bar, a casa di parenti, a casa di amici, accettate subito lofferta. Meglio sarebbe avere una
gamma di desiderata pronta per la bisogna: caramelle, caff, vino, birra che sia. E non cercate di
stupire i vostri ospiti ospitalissimi con richieste estreme tipo Vodka Lemon o Martini Dry, perch
rischiereste di chiedere qualcosa che non hanno e questo provocherebbe una reazione a catena
delicatissima, la rottura di un equilibrio davvero millesimale. Rischiando di chiedere qualcosa che non
c si determina un horror vacui che non si placa fino a che il prodotto richiesto non compare. Mia
moglie, che non  sarda, vive con grande angoscia questa caratteristica: lho vista, messa alle strette da
un ospitalissimo locale, bere un brandy al chiosco della spiaggia con quaranta gradi allombra. Perch
una cosa  certa: se qualcuno vi offre qualcosa, finch non avete preso quel qualcosa non vi muovete
dal posto in cui siete stati intercettati. Ecco, qualcuno questa la chiama ospitalit. Mia madre, per
esempio, rifocillava anche lidraulico che, arrivando sei mesi dopo la chiamata, laveva appena
derubata. Ebbene, anche lui aveva diritto a un caff caldo o a una birra fresca a seconda della stagione,
o a un bicchiere di vino buono. Io unidea in proposito me la sono fatta e sarebbe che la questione
dellospitalit labbiamo inventata noi barbaricini per controllare da dentro un nemico, chiunque fosse,
che da fuori sarebbe stato molto pi pericoloso: il nemico, se non puoi abbatterlo, devi ospitarlo, no?
I BARBARICINI SONO UN POPOLO STANZIALE
Statistiche: ci sono poco pi di un milione e mezzo di sardi in Sardegna, altrettanti sparsi per il
mondo. Cosa dimostri questo non lo so esattamente, ma voglio pensare che sia un segnale. Innanzitutto
che non  vero che i sardi in generale, i barbaricini in particolare, non siano dei viaggiatori; in secondo
luogo che non sta scritto da nessuna parte che nellisola vivano popolazioni dalla vocazione stanziale.
Secondo un mio amico scrittore, barbaricino, anzi  vero proprio il contrario: i sardi, i barbaricini in
particolare, viaggiano molto, si trovano tendenzialmente bene nei posti in cui si insediano e, sorpresa
delle sorprese, offrono il meglio di s proprio fuori dalla Sardegna. Il che non ha niente a che fare con
la Sardegna in quanto territorio (che rimane sempre il posto anelato, culla di ogni nostalgia: adios
Nugoro amada), ma dimostra perlomeno che siamo vicini a un punto di vista e a una cultura che non ha
bisogno di confini chiusi per esprimersi. Chi dice il contrario mente, sapendo di mentire. Ancora
statistiche: il settanta per cento dei sardi che si trasferiscono fuori dallisola, anche quando potrebbero
tornare, decidono di non rientrare in patria. Nemmeno su questo punto vorrei spingermi in
interpretazioni azzardate. Io sono uno di questi, mi piace per considerarlo il sintomo di unapertura
pi diffusa di quanto si pensi, di una tranquillit verso laltrove del tutto inesplorata da un punto di
vista antropologico. Si consideri altres che molti di questi viaggiatori sono di fatto emigranti.
Comunque sia, questo settanta per cento di sardi di fuori sono un patrimonio, conservano tradizioni,
lingua e punti di vista. Spesso sono poliglotti: parlano il sardo di provenienza, litaliano e anche la
lingua del paese che li ospita. Molto di pi di quanto accada ai sardi di dentro.
I BARBARICINI SONO VENDICATIVI
E se questo  vero allora  anche vero che tutti i siciliani sono gelosi o mafiosi, che tutti i
napoletani sono oziosi, che tutti i liguri sono taccagni... Quindi non  vero. Tuttavia pare assodato che,
nella zoologia fantastica della popolazione italiana, ai barbaricini, sardi per estensione, corrisponda il
ruolo degli elefanti, quelli che non dimenticano mai. Eppure non siamo pi vendicativi del mio vicino
di casa, io abito a Bologna, che ha avvelenato il gatto della sua fidanzata perch non gli aveva
telefonato allora stabilita. So che cosa state pensando: che il mio vicino  sardo, invece no,  di
Pordenone. Io, per esempio, non sono affatto vendicativo anche se mi piacerebbe esserlo qualche volta,
eppure sono definitivamente barbaricino. Tuttavia qualche volta lascio correre sul pregiudizio o luogo
comune che io proprio in quanto barbaricino lo sia, giusto per fare azione preventiva. Certo, io in
quanto tale non faccio testo, ma vi assicuro che  vero il contrario: i barbaricini non sono una
popolazione abbastanza vendicativa. Mi correggo: abbastanza rivendicativa, che vale doppio. Altroch
elefanti, se non avessimo dimenticato tanto oggi saremmo un popolo molto, molto ricco.
QUANDO DIVENTI AMICO DI UN BARBARICINO LO RIMANI PER TUTTA
LA VITA
Questa  una caratteristica francamente imbarazzante. Limita la libert di approccio. Sei
barbaricino? Bene! Saremo amici per tutta la vita!. Fine. Una noia mortale. Unarma a doppio taglio
che prevede unadesione acritica a questo assioma. Ma si pu restare amici per tutta la vita di uno che ti
chiama puntualmente alle tre di notte perch fa la guardia notturna?
Bene, i luoghi comuni sul carattere di un popolo sono un affare serio. Non vanno presi sotto
gamba, meritano una seria disamina e molta sincerit: io, per esempio, non riesco a dimenticare loffesa
di uno che diceva di accettare di essere mio amico per tutta la vita e che, ospitato a casa mia in
Barbagia, non ha accettato di mangiare il sanguinaccio e le interiora che gli avevo offerto... Prima o poi
gliela faccio pagare.
Ventuno parole da un sardo d'oltremare
INVERNO
La Barbagia dinverno, dunque. Per un barbaricino linverno  quasi una condizione naturale.
Certo, per chi  abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione
monostagionale, pu sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco,
alla neve... Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano
nellacqua. Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora
sconosciuto nella sostanza.
Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di divertimentificio, la
costa barbaricina rifiuta la condizione di Caraibi del Mediterraneo, che tanto piace ai tour operator
improvvisati e ai turisti da gossip. Chi navigasse da Posada ad Arbatax lo capirebbe al volo. Chi
passasse per mare dalla costa gallurese, quella dove  sempre estate, a quella barbaricina, dove le
stagioni si alternano, vedrebbe a occhio nudo la differenza.
 proprio linverno che d alla Barbagia quella profondit di territorio vivo, che fa la differenza
per il viaggiatore rispetto al turista. Perch, come lestate sostanzia il mare, linverno sostanzia i
monti... A Nuoro, in Barbagia, dinverno...
Se veniste da queste parti, dunque, dove sono nato io, dovreste affrontare il tratto pi
straordinario dellintera 131, dal mare fino allinterno, salendo appena, e sareste gratificati nella vista e
nellolfatto. Da Olbia a Nuoro tutto profuma. Prendetevela comoda, fateli lentamente, col finestrino
abbassato, quei cento chilometri scarsi di verde e dazzurro, di pini, lentischio, vigneti, querceti; di
mare e montagne che si baciano. Nuoro  pi in l, seminascosta, sullaltipiano. Passato il bivio di
Lula, alla vostra destra, sulla cima di monti nerissimi, potreste salutare Orune ventosa.  segno che
siete penetrati in Barbagia. Dopo dodici chilometri di salita costante, ecco il segnale, un raccordo porta
verso la collina di Ugolio, il nuovo ingresso di Nuoro ornato di pini ed eucalipti.
Prima che fosse costruita la superstrada si entrava dal lato opposto, fiancheggiando lOrtobene e
sgorgando nella valle. Al centro del palcoscenico, col quartiere San Pietro al fianco, la piana di Oliena
schermata dalla mole dolomitica del Corrasi. Il nuovo ingresso  meno magico, introduce senza
preamboli la zona di espansione abitativa. Una di quelle zone che fanno sembrare ogni posto lo stesso
posto, ma non scoraggiatevi, lanima antica di questa citt respira attraverso il cielo aperto, i volti della
gente, la luce smaltata, laria aromatica. Si tratta di procedere e, andando avanti, ritornare indietro. Al
periodo in cui questa citt era un paese di settemila abitanti lastricato di granito. Gi allaltezza di via
La Marmora si entra in quel passato. Alla destra Seuna, il quartiere dei contadini, si aggrappa al crinale
con le sue case larghe e le sue corti. Lanima silenziosa e pia del luogo, come un paese a s stante, un
piccolo universo che vortica intorno alla seicentesca chiesa della Madonna delle Grazie, umile e
maestosa. Da quel centro i nuoresi della terra avevano mosso processioni e intonato litanie contro la
peste, affidandosi a una Vergine portata dal mare. Da quel centro i legni da ardere hanno impregnato
laria dellaroma del leccio e della quercia attraverso i camini. Sino a cinquantanni fa, quello era il
punto pi basso, zona di silenzio discreto e di umile sussiego. Sino a cinquantanni fa le trame di vicoli
e stradelli che lattraversano, ora asfaltate, erano straziate dalle ruote ferrate dei carri a buoi. In quei
cortili, ora piccoli giardini dinverno, si mondava il poco grano, si allevavano le galline, si preparavano
le olive per il frantoio.
Ora che Nuoro  diventata una citt, qualcosa rimane a Seuna di quel silenzio, di quella
discrezione operosa, di quella peculiare visione del mondo. Nelle case aperte intorno al cortile sempre
lindo, nelle piantagioni di basilico e prezzemolo dellorticello interno, nellombra scura che frantuma la
luce impietosa.  la luce di Cenere della Deledda, la luce maestosa che bacia i poveri di questa terra.
Ancora qualche Tatana si aggira per quelle strade con la compostezza di una divinit intoccabile.
Procedendo in avanti, lasciandosi Seuna alle spalle, si imbocca corso Garibaldi, che in altri tempi si
chiamava Via Majore, strada maggiore. L i nuovi signori hanno fatto costruire le loro miniature di case
umbertine come argini al fiume di granito grigio che ricopre quel tratto. Il notaio e lavvocato avevano
edificato alla continentale, case intonacate con balconi scenografici come palchi, in prima fila nel teatro
della modernit incombente.  il cuore trapiantato di questo posto, non senza continui rigetti, ma
sempre attivo.  la via del commercio e degli incontri. Un ponte fra larcaico dimesso di Seuna e la
carne viva, il cuore torbido di San Pietro. Il quartiere San Pietro, appunto, che inizia proprio dove
finisce il corso. E sembra di essere arrivati in capo al mondo. Qui il silenzio  impregnato di una strana,
inspiegabile inquietudine, quella dei padri pastori, probabilmente. Le case si fanno alte e sottili, grigie
di un grigio argenteo. Per San Pietro il centro pulsante  la chiesa del Rosario, sede di prevosti acuti e
parroci coltissimi. Sede di arte e pastorizia.  lepica di una Barbagia troppo spesso vittima della sua
stessa epica. Il nido di corvi magnificato da Salvatore Satta nel Giorno del giudizio. La rocca dei
Corrales, magnifici e briganti. Lo scrigno di tutti i pregi e di tutti i difetti della nuoresit. Orgogliosa di
un orgoglio turbolento.
Qui siamo nella letteratura, siamo a Macondo. Attraversare questa porzione di mondo qualifica
la differenza tra il viaggiatore e il turista.  un posto senza malie,  quello che appare: una storia scritta
sulle facce, su ogni masso di granito, su ogni ciottolo di fiume dei selciati.  San Pietro: prendere o
lasciare.  lantichissima chiesetta di San Carlo,  la casa della Deledda,  la morbidezza avvolgente
della pietra nuda.  la macchina del tempo nel suo procedere, un impasto di contemporaneit e
arcaismo. Le greggi sono lontane, ma queste case sono state costruite proprio dalle greggi.
Guardate le mani dei santupredini, ancora sanno impastare il pane carasau, ancora sanno
mungere le pecore e pressare il formaggio, ma, allo stesso tempo, hanno imparato a guidare lultimo
modello di fuoristrada, a premere i tasti di un computer, a digitare nei loro microscopici cellulari per
comunicare col resto del mondo.
Vale la pena, adesso, di incamminarsi verso il colle di SantOnofrio, bisogna ritornare verso il
corso e attraversare larco del Seminario fino alla cattedrale, sola e magniloquente, il segno tangibile di
un mondo che mira in alto.  neoclassica, la cattedrale, custodita da due campanili come sentinelle,
lhanno costruita su unaltura con labside sospesa nello sprofondo. Lhanno costruita perch restasse
sola, perch non potesse essere inghiottita dalle case.  bella di una bellezza lineare,  sobria di una
sobriet taciturna, squilla solo il rosa della facciata. Comunque  da l che si giunge in cima al colle. A
mezzo del cammin una sosta al Museo del Costume  dobbligo, l sono custoditi gli abiti che hanno
ricoperto il corpo tenace di questa terra. Cos si arriva in cima a SantOnofrio, attraversando un parco
dove tutto si dimentica, e la terra si apre magnifica sotto al vostro sguardo. Indimenticabile.
ARIA
Sono nato nella salubrit. Su un altipiano circondato da boschi. Eravamo poveri, tutto era
povero intorno a noi. Cerano inverni talmente freddi e secchi che di notte si doveva tenere una
bacinella dacqua sul comodino perch la lingua non si attaccasse al palato... Ero un bambino che
poteva contare sul clima. La mia infanzia  passata tra laria buona e lapice dellAnonima Sequestri.
Eravamo in fondo a tutte le classifiche, ma non per laria, il nostro valore aggiunto era laria pura... E il
colore turchino del cielo di Barbagia... A ben pensarci quello che siamo, la stessa posizione in cui si
trova il posto in cui sono nato,  dipeso dal clima, dalla necessit di sfuggire allaria malata.
Mio figlio continua a chiedermi come  possibile che il progresso sia inversamente
proporzionale alla qualit dellaria:  possibile che per star bene sia indispensabile star male? Io non
sempre so cosa rispondere ma mi viene in mente mio nonno, davanti alla televisione che trasmetteva la
notizia di Armstrong che calcava la sua impronta sul suolo lunare, ci guardava scettico e preconizzava
un futuro terribile per il clima. Diceva lui che quella profanazione non era progresso e che sicuramente
le conseguenze sarebbero state nefaste. Tutto quello che accadde subito dopo parve dargli ragione, ma
io continuo a dire a mio figlio che esiste una strada per un progresso pulito che  la strada del buon
senso e della responsabilit personale. Limpegno personale  gratuito come quellaria pura di
fanciullo... Troppe volte negli ultimi tempi la campagna in cui giocavo  stata fagocitata dalla stupidit
criminale dei piromani. A mio figlio dovr spiegare che mentre noi parliamo qualcuno il suo impegno
personale lha gi investito altrove. E dovr spiegargli che la nebbia e le macchie malsane che
compaiono nel cielo barbaricino significano che mentre io riflettevo qualcuno agiva. Ti sei distratto?
mi chiede qualche volta. E io vorrei poter rispondere come mio nonno fece con me.
STORIA
La Barbagia degli albori del novecento  una polveriera. Le leggi dello Stato unitario,
giovanissimo, e, ancora prima, quelle del Regno sabaudo, hanno rimestato nel calderone ribollente di
una fetta resistenziale, la Barbagia, appunto, in una regione apparentemente addomesticata.
Quando il generale La Marmora visiter la Sardegna, il suo passaggio verso il cuore nero
dellisola sar accompagnato da oscure minacciose presenze che egli stesso riporter nei suoi diari di
viaggio. Quello che per il governo centrale rappresentava un ingresso nella modernit, per una regione
altrimenti arretrata, per i sardi, e per i barbaricini in particolare, rappresent la rinuncia a una forma di
autogoverno e autodeterminazione che, nel bene o nel male, aveva svolto il suo compito dimpulso
normativo fin dallepoca preromana. Era un governo di terre e di greggi di anziani, senatores, che
definivano di volta in volta lapplicazione o meno del codice interno alla trib. Leditto sabaudo delle
chiudende del 1820 d un colpo tremendo alleconomia di un territorio che basava il suo essere sulluso
da parte dei pastori di terre comuni e inalienabili. Quelleditto, per paradosso, porta il latifondo in un
territorio che non laveva mai conosciuto. E, con esso, porta il paradosso di impiantare il medioevo in
et moderna.
Le reazioni dei barbaricini non sono tenere, linnesto forzoso di una legge incompresa produce
un fenomeno fino ad allora strettamente marginale e sempre controllato da severissime leggi interne: il
brigantaggio. Questa, a grandi linee, lorigine di quello che si pu definire resistenzialismo ad oltranza
della Sardegna interna. Una Sardegna che ha dovuto subire una palese disparit di trattamento rispetto
al resto della nuova nazione appena costituita. Le grandi speculazioni nel suo territorio delle banche
francesi irretite da promesse di bengodi coloniale, e il conseguente cinico ritiro dal mercato, col
fallimento degli investitori che avevano creduto nelloperazione, producono una situazione di scontento
che si sostanzia nella ricerca di giustizia personale. Intere famiglie rovinate vanno a ingrossare la massa
dei nuovi poveri in un territorio che aveva conosciuto una dignitosa povert, ma non lindigenza. Il
brigante nato per principio diventa la rappresentazione arrogante di unaltrettanto arrogante
prevaricazione.
Le guerre in cui lo Stato italiano appena nato si impegna per entrare nel novero delle grande
potenze specificano il ruolo della Sardegna come serbatoio di carne da guerra. Nasce dopo la sconfitta
di Adua il mito del sardo guerriero da affiancare a quello del sardo bandito. Che le due cose spesso
coincidessero  solo unironia del destino. Siamo ai primi del novecento, dunque, nel calderone della
Barbagia, guardata a vista dallesercito prima piemontese, poi italiano, come un territorio nemico, si
agitano oltre duecento latitanti. La maggior parte di questi agisce e prospera nel territorio barbaricino.
Territorio che, nella leggenda del governo centrale continentale, diventa la nuova Cayenna. Fino a
tempi recentissimi, quando si voleva minacciare un militare gli si prometteva un immediato
trasferimento in Sardegna. Ecco, la Sardegna  un non-territorio, pi unentit che una specificit. Un
luogo di sfruttamento, ma anche di castigo. Cos inizia il matrimonio fra lisola e il continente italiano.
DISTANZA
Nel 1969 avevo nove anni. Non sapevo esattamente cosa significasse abitare in unisola, lo
capii quando i miei cugini continentali, al telefono, mi avvertirono che l da loro, oltre chiss quale
mare, a Roma, in edicola era arrivata la nuova serie di figurine del campionato di calcio. Un
campionato importante, quello del 1968/69, mica un campionato come un altro. Cera il Cagliari in
serie A, un Cagliari talmente grande che stava nellalbum insieme alla Juve e allInter. In casa mia si
faceva il tifo per la squadra torinese, ma quellanno il tifo fu equamente ripartito. Comunque il
problema era che i miei cugini avevano fra le loro mani lalbum e le figurine e io ancora no.
Ledicolante sotto casa mi guardava arrivare e mi faceva segno di no: niente, forse domani. Forse
domani non arrivava mai. Qualcuno nel mio vicinato sosteneva che proprio da Cagliari ci fosse un
boicottaggio contro i nuoresi perch erano convinti che avrebbero tifato per la Sampdoria, piuttosto che
per i casteddai. Ma non era cos, quellanno, quel campionato  stato una pietra miliare per unidea
della Sardegna che fosse regione, patria, fino in fondo.
Valeva la pena, allora, di sprecare metafore e invocare la retorica, perch il senso di
appartenenza era un atto di fede: le partite si sentivano alla radio, per le facce dei calciatori bisognava
aspettare le figurine e lalbum. Gli eroi poveri della nostra ritrovata appartenenza avevano facce
comuni, facce da bravi ragazzi con tagli di capelli alla moda. S, perch lo status di calciatore allora era
avere la fidanzata bionda, portare i baffi a manubrio, e maglioncini attillati. Non ci si sentiva in colpa,
allora, a eleggere a eroi quei ragazzotti quasi anonimi che ci guardavano con sospetto oltre il riquadro
della figurina, certo rispetto alla media dei comuni mortali erano ben pagati, ma ancora erano distanti
dal percepire il corrispettivo del Pil di uno Stato africano e quindi erano eroi possibili. Comprare le
figurine, ordinarle per squadra, attaccarle nellalbum diventava un modo per santificare anche un
piccolo pantheon infantile di eroi sardi. Era far parte di un gioco pi grande. Braccia conserte, con lo
sguardo assorto, i nostri eroi domestici, un po capelloni, un po impiegati di banca, ci dicevano che
stavano portando oltremare unidea della Sardegna. Avevo nove anni, avevo un album da comprare e
gi un discreto numero di valide e bisvalide da scambiare, fino a poco tempo prima Cagliari era stata
molto pi distante, ora era vicinissima, vicinissima alla Juve...
PAESAGGIO
Guardare il paesaggio che ci circonda non vuol dire necessariamente vederlo. Questo paradosso
mi pare stia alla base di molti dibattiti che agitano lisola in questi tempi. Guardare un paesaggio
descritto da un piano paesistico pu significare elencare i dati di una sconfitta, oppure siglare un patto,
oppure dichiarare unutopia. In nessun caso significa guardare il paesaggio. E questo perch guardare
un paesaggio significa essere quel paesaggio. Un piano paesistico, in questo senso, deve assomigliare
piuttosto a una carta didentit.
LINGUA
La questione della Lingua in Sardegna andrebbe sottratta alle secche della complicazione in cui
 stata artatamente disposta e riportata alla sua complessit naturale. Andrebbe, cio, sottratta al
controllo delle caste sacerdotali furbescamente unificatone, per restituirla alla gente. Certo,
rinunciare al governo della Lingua in questo momento della storia sarda significherebbe rinunciare a
una forma di satrapia strisciante e, perch no, allaccesso a un bel po di fondi regionali concessi dalla
Legge 26 e dintorni. Ma proviamo a proporre un paesaggio diverso partendo proprio da quello che
nessuna legge sancisce: la soluzione del Sardo Unificato, o mesanizzato che sia. Che poi si decida
per queste forme artificiali  solo una strada come unaltra, ma chi ha detto che sia lunica? Proviamo a
esporre la situazione in atto. Quando si parla di Lingua sarda, sembra che ci piaccia lidea che una
lingua non abbia contatti col mondo circostante, parliamo, cio, di una sorta di gas perfetto, di un
oggetto inanimato. Guardiamo alla nostra Lingua come a qualcosa che non ci appartenga. Lidea 
sempre quella che la Sardegna normativa, quella delleconomia del folklore, quella, per intenderci, che
fa audience,  enormemente pi ristretta della Sardegna geografica.
Il concetto deprimente  che esista una Sardegna vera e una Sardegna cos cos. Una Sardegna
vera, che ha lingua, civilt, costumi, canti, cibi, balli ecc.; e una Sardegna cos cos, che non ha niente
di tutto questo. Quando si pensa a un Sardo artificiale si pensa, in fondo, ma nemmeno tanto, che ci sia
una parte della Sardegna, e non piccola, che possa, anzi debba, rinunciare alla propria visione del
mondo in nome della Sardegna-Sardegna. La verit, io credo,  che le cose stiano diversamente. E
sarebbe che complicare il problema della Lingua in nome di una unificazione posticcia significhi
rinunciare a una complessit di visioni e di intenti che sono un valore in una cultura e non un disvalore.
Consideriamo tra laltro che la questione della Lingua diventa fondamentale in Sardegna solo
grazie al fatto che si  deciso di finanziarla salatamente. La presunzione delle caste sacerdotali
linguistiche arriva fino a invocare per la Sardegna il modello catalano, che  un modello di economia
egemone, ma non certo di cultura, sotto molti aspetti un modello leghista, prodotto, cio, da una classe
dirigente forte che impone la propria diversit attraverso una lingua pensata a tavolino. Per un
modello del genere occorre uneconomia forte, occorre cio una visione prepotente di se stessi e
della cultura come territori di conservazione e di egoismi. Chi attinge dalle leggi attuali di salvaguardia
della Lingua e della Cultura in Sardegna con lintento di costruire ex novo unidea di sardit, commette,
a mio parere, lerrore di piangere un morto che non esiste. E commette lerrore di non considerare
esperienze straordinarie e di segno opposto come quella del Friuli. Lerrore gravissimo a mio parere
sarebbe coprirsi gli occhi di fronte alla meravigliosa variet che questo territorio ancora
miracolosamente esprime. Ora, pu darsi che quello che  diventata la Sardegna dopo un secolo e passa
di unificazione, dopo la scrittura, dopo la televisione, non piaccia a chi vuole imporre la
Sardegna-Sardegna, ma io credo che costoro debbano considerare il peso della Storia e della Realt. Il
fatto di dare un giudizio negativo della Storia e della Realt non significa che queste due forze terribili
non abbiano attraversato comunque la Sardegna. Lidea di ignorare lo status quo per diventare genitori
di una lingua, di una storia, di una realt che non esiste, mi pare un modo per rinunciare a contare
veramente. Perci credo che, in definitiva, il progetto di un Sardo artificiale, in fondo, sia
unammissione di sconfitta, lennesima di chi preferisce produrre il turismo di se stessi, piuttosto che
vivere con coraggio la propria condizione di cittadini del mondo. La protezione della riserva indiana 
per alcuni preferibile al rischio di guardarsi allo specchio. La lagna perenne  per alcuni preferibile alla
coscienza della propria responsabilit. Una cultura forte  una cultura in cammino. Possiamo pure
decidere di mettere in gabbia una lingua, ma lei tenter comunque di scappare. E allora sarebbe
auspicabile unidea della Sardegna che non partisse da una scala di valori determinata dalla quantit di
sardit che essa esprime, anche perch quellidea di sardit  assolutamente relativa, ma dalla pari
dignit. E allora preferirei che affianco al concetto di Lingua Sarda fosse sempre presente il concetto di
lingue e dialetti attraverso i quali i sardi si esprimono. Non inferiori. Idee del mondo che nessuno ha il
diritto di cancellare in nome di un Sardo posticcio. Lingue che andrebbero tagliate in nome della
necessit di non tagliare le lingue. Non  paradossale ci? Che per rispondere al taglio del Sardo si
proceda al taglio dei sardi? Ci sono intere aree della Sardegna che vengono trascurate quando si parla
di lingua: il sassarese, per esempio, variante urbana supportata persino dalla grande poesia di Pompeo
Calvia. E il magnifico gallurese, perch dovrebbe sottostare alla geografia etnofolkloristica che lo vede
in terza o in quarta fila rispetto al Sardo sardo? E il tabarchino? Perch dovrebbe rinunciare a esprimere
la sua misura di apporto, trasporto e supporto, travaso da una civilt allaltra in nome di una casualit
geografica?  presto detto: perch ci stiamo abituando a unidea di noi stessi che  inferiore a quanto
noi stessi riusciamo a esprimere. Perch la complicazione delleconomia di sussistenza ha inventato
voci di bilancio che invitano a costituire curricula e pedigree: pi sardi, meno sardi. E perch a
decidere il pi e il meno sono sempre gli stessi che a suo tempo non trovavano strano
sprovincializzarsi e togliersi di dosso il puzzo di pecorino. Ci sono gli spazi, nonostante i tentativi,
nemmeno tanto nascosti, di banalizzarci, per esprimere con forza tutta la nostra magnifica complessit.
Non si pu accettare di far parte di una cultura che abbraccia un modello classista ed egoista e che
risponde con la legge del taglione a quanto avrebbe subito. Ammesso che ci sia avvenuto e che non
sia stato il prodotto di una resa incondizionata. Studiamo, conserviamo, finanziamo, ma non vorrei mai
la responsabilit di essere fra quelli che decidono quale sia la morfologia, la biologia, la genetica del
sardo sardo contro il sardo cos cos. Se non accettiamo le nostre differenze di popolo perch gli altri
dovrebbero accettarci come popolo differente?
FOLKLORE
La Barbagia dagli inizi degli anni sessanta  una sorta di terra di passaggio. Un ponte, un brodo
di coltura, uno spazio allinterno del quale la memoria e il folklore si combattono senza esclusione di
colpi. La memoria pare essere retriva, come un incidente in quella cultura delloblio che, vincente, ha
finito per produrre lItalia odierna. Il folklore, al contrario,  il mercato della memoria, il risultato di
una revisione di se stessi, che non parte da se stessi, ma da modelli autorizzati dimportazione.
Attraverso la memoria si alleva un orgoglio che il folklore trasforma in balenta. In pieno boom
economico il prodotto interno lordo della coscienza della propria cultura si trasforma nella moneta cash
del mito del bandito, pronta da spendere per il turista in cerca di emozioni forti. Il latitante ottocentesco
che rappresentava il sintomo di unincomprensione reale (non dimentichiamo che ai sardi che erano
diventati italiani non lha detto nessuno) si trasforma, in contemporanea con lera televisiva e con
linvenzione della Costa Smeralda, nel portatore mediatico di istanze para-autonomistiche folklorizzate,
ormai troppo distanti dalla memoria che le aveva generate.
Gli intellettuali sardi, oltre ad aver stilato un listino prezzi della sardit sottoforma di Pro Loco e
sagre improbabili, hanno anche sancito la liceit della ribellione mediatica in nome di un supposto
status precedente al contratto sociale della societ barbaricina. Il che appare tanto pi paradossale se
si pensa che, mentre si procedeva alla salvaguardia del pedigree, ci si scordava di difendere la Lingua.
Sicch, mentre si invitavano i sardi dellinterno a ballare e cantare, mentre si tiravano bonariamente le
orecchie al bandito gentiluomo, prima che diventasse tuttaltro che gentiluomo, si invitavano i genitori
a non incoraggiare nei figli del boom economico luso della lingua sarda. Oggi, a distanza di
quarantanni da questo clima, la lingua sarda pare essere ridiventata non solo importante, ma persino
fondamentale per una definizione perfetta del nuovo, addomesticato, concetto di identit.
Paradossalmente, ora che esiste una legge che la salvaguarda, non esiste pi una lingua da
salvaguardare. La memoria avrebbe potuto farcela, il folklore si sta attivando per monetizzare il gap.
MEMORIA
Bisognerebbe intendersi sul concetto abusato di Memoria. Memoria  unespressione talmente
intima che  piuttosto complesso, se non inutile, provare a formalizzarne una collettiva. Io non ho mai
creduto interessante lipotesi di una Memoria Ufficiale, anche perch tenderebbe a stabilire gradi di
appartenenza: pi sardo, meno sardo. Lunica cosa di cui sono certo  che Memoria non  Passato. Il
Passato  unaltra cosa, quello si pu ricostruire per tracce. Ma la Memoria  un atto dello spirito, 
cibo per poeti. Il Passato  un dato. C una tradizione che appartiene al passato e c una tradizione
che appartiene alla memoria, ecco: spesso queste due tradizioni non coincidono. Io credo che sia il
motivo per cui abbiamo bisogno di poeti e narratori. Quanto pi  chiara questa differenza, tanto pi
c necessit di spiriti liberi che facciano da ponte fra queste due distinte percezioni. Compito di poeti e
narratori dovrebbe essere quello di provare a inserire questi due mondi in una visione pi ampia, meno
localistica, meno compromessa. Memoria non  Passato, Passato non  Tradizione. Questultima 
troppo spesso considerata un orpello, la mera espressione di un atto conservativo. Eppure la Tradizione
 lago oscillante della bussola attraverso la quale possiamo stabilire senza ombra di dubbio in che
punto della nostra Storia ci si colloca. E sapere questo significa rinunciare definitivamente al concetto
di unicit come benefit. Perch finalmente siamo unici in quanto uomini di questa terra, non certo in
quanto sardi. Quando negli anni cinquanta, attraverso le Pro Loco la Sardegna, la Barbagia in
particolare, si  ripensata in senso tradizionalista, lha fatto per una ragione meramente economica, ha
per cos dire sfruttato un dato di fatto, lha addomesticato mondandolo dai sapori troppo forti, per
renderlo esportabile, costruendosi come prodotto di consumo.
Cos, mentre si scoraggiava la Memoria, abolendo luso della lingua, per esempio, si
incoraggiava non tanto il Passato, quanto il mercato del passato di costumi e balli, spesso inventati ad
hoc. Quel passato  mercato, ma il senso sta nella Memoria. Quel passato rielabora a tavolino, conserva
e cristallizza. La Memoria ragiona in senso darwiniano: quanto non serve sparisce. E ci per fortuna
non avviene solo in Barbagia o in Sardegna. Se non si considera questa dicotomia si rischia di ridurre a
popolo una variet di popoli, si rischia di rendere singolare uno straordinario plurale.
COUNTRY
Puntualmente alle tre del pomeriggio, quando tutti gli altri erano a letto, mia nonna, che
dormiva pochissimo, mi permetteva di accompagnarla in campagna a raccogliere finocchietti selvatici e
asparagi. Abitavamo in citt, in bidda, ma la campagna era a due passi. Ancora fra i palazzi
passavano le greggi e le mandrie e ancora per strada ero in grado di stabilire la bestia dal suo sterco:
dasino rotonda e soda, nera e spaccata in due come un seme tropicale; di cavallo pi ampia e meno
soda ma tondeggiante e marrone; di mucca a scaglie piatte come un cretto vulcanico; di pecora
nerissima, a pallini come olivette selvatiche. Era vivere country con la campagna che ti fiatava sul collo
appena ti muovevi.
Dalla cima della collina si vedeva casa nostra, poi bastava voltarsi e non si poteva nemmeno
essere sicuri di essere nel proprio tempo. In piazza il sole secco stampava disegni nerissimi sul selciato.
Il bar sembrava una caverna glassata di mosto. I cowboy nostrani occupavano il bancone vestiti di
vellutino. Indossavano i gambali. Cera uneleganza strepitosa nella naturalezza con cui portavano
quegli abiti. Non cera ricercatezza. Tutto si presentava per quello che era. I capelli rasati alla nuca
sotto al berretto a visiera che pareva piccolissimo, il collo candido che faceva pensare a uomini
indelicati con la pelle delicatissima. E poi cera lindifferenza un po gag con cui questi campagnoli si
buttavano sotto un albero per dormire al fresco.
Era la campagna che ti respirava addosso come una balia di campanacci lontani lontani, come
una porzione sonora di realt. Nel vascone in cortile mio nonno puliva le viscere delle bestie macellate
per farne intrecci da cuocere alla brace... Alle cinque si usciva. Un po cittadini, un po campagnoli.
Nella citt campagna.
Nei saloni, garage, rivestiti di carta di giornale, con gli impianti elettrici volanti si ascoltava la
hit country del tempo. Era Vittorio Inzaina, un po uomo un po centauro, col volto grafico, equino, ma
virile e rassicurante. La voce era equina, naturalmente mutuata dalla campagna, cantava Ti vedr dopo
Messa, era un parente prossimo, quasi genetico, del compianto, magnifico, Andrea Parodi, voce tragica
nel senso primigenio, concreto e belante del termine. Come la voce mercuriale dei tenores un po di
gola, un po di palato, un po di naso. Eh, quel Vittorio Inzaina era il fratello maggiore di Marisa
Sannia, anchessa nervosa come una cavalla da corsa, elegante e dimessa.
Questa vaghezza equina nellaccezione divina del termine era lo stampo della campagna:
mascella importante, denti grandi, corpo asciutto. E la voce del pastore che guida il gregge. Era tutto l.
Il centro di un universo finito, perfettamente compiuto. Ti vedr dopo Messa nel juke-box di quello che
tutti chiamavano il bar dei comunisti era D9. E il pezzo iniziava con larmonica a bocca proprio
come nei titoli di testa di un film di John Ford.
TRAGHETTI
Io ho visto molti traghetti. Ne ho sentito lodore di nafta, ne ho toccato i legni viscidi di
salsedine. Ho attraversato molte volte quella passerella dal Tutto al Nulla basculante. Per poi rientrare
in un altro Tutto, che  il Mondo questa volta. Ho dovuto capire presto che attraversare quella
passerella era il modo per abitare laltrove. Io so che cerano giorni terribili, quando su quel traghetto si
saliva per conoscere gli ospedali, per trovare un lavoro, per sostenere un concorso. Cerano anche albe
bellissime del tutto rovinate dallangoscia della partenza, che era strada da percorrere e mare da
navigare.
Io ho visto quei giorni l, quando anche la gioia per lavventura si trasformava nella stretta per
la navigazione, quando lentusiasmo per quanto ci aspettava oltremare era appannato da un senso
inenarrabile di solitudine. Io ci sono salito spesso su quelle passerelle per passare da me a me. Con
terrore entusiastico e con la stretta alla gola che ti afferrava non appena il traghetto cominciava a
vibrare, ch da l in poi si andava e non era possibile tornare indietro.
Quando si parte non si torna pi, quando si nasce non si pu pi andar via. Prigione marina e
mare autostrada. Del resto non  proprio il mare che rende unisola un corpo a s?
TURISTA
Io ho fatto il turista a casa mia. Certo. Nella terra/spiaggia. Nella terra/ciambella. Nella
terra/vacanza. Io ho visto bene me stesso col costume della festa. E mi sono visto come gli altri mi
vedevano, non comero. Perch adattarsi allo sguardo altrui pu diventare una forma di sopravvivenza,
ma anche una forma di eutanasia. Quanto tempo ci ho messo a decidere? Quanto tempo ci ho messo a
capire? Io non cero, semplicemente. E quello che cera non ero io, ma limmagine di me: taciturno,
amico fedelissimo, gran lavoratore... Sardo sardo, troglodita di lusso, amorevolmente dimesso eppure
diffidente e distante. Con memoria delefante e, oggettivamente, piccolo di statura, ma ben fatto. Sardo
sardo. Io sono stato unimmagine daltri: bastava solo aprir bocca.
Io sono stato la conferma di un luogo comune, volendo rinunciare, per smarrimento, a quanto
disattendesse il canone non scritto. Ho condotto eserciti di amici continentali in giro per spiagge per
mettergli a disposizione quanto di meglio possedessi. E mi aspettavo sguardi incantati, ma anche quegli
sguardi erano solo parti in commedia.
Dopo la roccia cercavano il resort... E alla spiaggia gli stabilimenti... E un chiosco decente in
riva al mare. Ho fatto il tour operator di me stesso: mi sono guardato ballare anzich imparare a ballare,
mi sono sentito parlare anzich imparare a parlare. Ho vestito il costume senza metterci il cuore dentro.
Il cuore era sempre da unaltra parte, dietro le quinte, nellattesa di un riconoscimento e di qualche
moneta nel cappello alla fine dello spettacolino.
PATRIA
Ho sempre pensato alla terra in cui sono nato, cresciuto e ricevuto limprinting, come categoria
o punto di riferimento per capire e rapportarmi al mondo. Per quanto mi riguarda, la Sardegna, pi che
una terra,  stata una categoria del pensiero, pensiero che mi ha guidato sempre nelle mie scelte di vita.
Come a dire che, per adesione o per rifiuto, comunque dalla Sardegna non ci si stacca. Dalle nostre
parti si dice cradananca, che vorrebbe dire zecca. Ecco: quel pensiero, quella visione del mondo sono
stati per me come un insetto, a volte molesto, che richiedeva la sua dose del mio sangue e dal quale non
potevo separarmi se non a prezzo di un intervento chirurgico. La qual cosa mi avrebbe comunque
lasciato una cicatrice indelebile. Io con la mia cradananca ci convivo, qualche volta la dimentico,
qualche volta mi infastidisce, qualche volta sono tentato di liberarmene, ma sempre rinuncio.  lei che
mi riporta a casa tutte le volte che ritengo di poterne fare a meno;  lei che mi dice, e mi ripete, che
devo essere qualcuno se voglio essere qualcosa.  lei che mi spiega che il cuore della scrittura non  un
preciso punto geografico, ma un sentimento del Mondo. Agli intellettuali, agli attori, agli scrittori, ai
poeti, agli artisti, spetterebbe di dimostrare la faccia magnificente di un paese in declino.
Il destino della mia piccola Patria ha qualcosa che assomiglia spaventosamente al destino della
mia Patria grande. Ma con un surplus di generale disinteresse che ne amplia e definisce una prospettiva,
e un futuro, assai deprimenti. Il principio, per esempio, che se di una cosa non si parla di fatto non
esiste. Se di scorie nucleari e di regioni pattumiera non se ne parla, non esistono... Se di abusi edilizi e
cementificazione delle coste non se ne parla, non esistono... Se di degrado e sperequazione sociale non
se ne parla, non esistono. Per la mia Patria sembrano esistere solo i balentes. Sembrano esistere solo i
pochi metri quadri di coste smeraldate e tutto il campionario di nani e ballerine che li affollano. Esiste
quello di cui si parla volentieri. Tutto il resto non esiste. Anni e anni di rapaci servi sciocchi non
esistono a tal punto che gli stessi servi sciocchi cambiano abiti e mezzi, qualche volta, in omaggio al
capo, vanno dal chirurgo plastico, ed eccoli di nuovo in pista a chiedere fiducia e voti. Prima non
cerano e quelli che cerano non erano loro e se erano loro hanno trasformato la faccia tosta in faccia di
bronzo. Vedete, sembra di parlare di Sardegna e invece si sta parlando dItalia... Se di torture non se ne
parla non esistono, se di ostaggi in mano agli iracheni non se ne parla pi cessano di esistere. Sembra di
parlare dellItalia e si sta parlando del mondo.
BALENTE
Sono uomini da niente. E rappresentano quellincivilt che fa dimenticare anni, secoli, millenni
di civilt. Sono un incubo che ritorna. Che ci fa ripiombare nel buio della prepotenza. Sono gente
metzana. Non balenti, un balente, quello vero, ha la dignit, ha un codice. Loro non ci rappresentano,
non sono sardi, non sono di nessuno. Hanno rapito uomini inermi, persone oneste che hanno lavorato
per tutta la vita, hanno distrutto la pace di mogli e madri, di figli e figlie. Bravi, bravi davvero, proprio
un bel coraggio portarsi via la dignit di un uomo, umiliarlo e, con lui, umiliarci tutti. Noi non li
riconosciamo. Non si credano speciali, non ci chiamino in causa con giustificazioni di alcun genere.
Non c storia, non c situazione particolare, non c giustificazione. La retorica antropologica
smetta di sprecare parole, gli analisti politici per una volta scendano sulla terra, gli storici ci raccontino
unaltra storia. Perch queste analisi, questi arzigogoli sono tentennamenti, mentre gli uomini da niente
non tentennano, nella loro estrema ignoranza sanno solo che lungo la strada della violenza saranno
protetti dal silenzio, dalla paura e dalla rassegnazione...
Mi ricordo che da bambino, quando a tavola si seguiva il telegiornale e qualcuno veniva rapito,
mio padre sbiancava, si vergognava per i rapitori, si vergognava per se stesso e per me che lo guardavo,
come se parte del riscatto, anzi la parte pi consistente del riscatto, fosse generata proprio da quel
sentimento terribile di percepire il male e non riuscire a dargli un nome. Questa afasia ha fatto di molta
gente onesta dei complici involontari. Perch quel male un nome ce lha e si chiama vigliaccheria. Non
c balenta a rubare la pace. Gli uomini da niente questo lo sanno e infatti si coprono il viso, quando
rapiscono, quando minacciano, quando sparano ai portoni chiusi di notte. Gli uomini da niente non
sono nemmeno uomini. Hanno scelto e hanno sguazzato nella loro scelta involontariamente sorretti dal
dissenso silenzioso di tanti. Quel silenzio  la loro vittoria sempre, a tutte le latitudini. In Colombia
come in Iraq, in Israele come in Campania.
Quando in Sardegna coloro che si definiscono intellettuali, magari smettendo di banalizzare
dibattiti su fiction e realt, o cessando di crucciarsi per importanti premi letterari dati ad altri,
cominceranno a svolgere il compito che si sono scelti, forse sar meno assordante anche il silenzio che
circonda un rapimento. Non bisogna mai definirlo lennesimo rapimento, perch  terribile come se
fosse il primo di tutti i rapimenti. Non ricadere nellabitudine significa non rassegnarsi mai.
Il passaggio da uomini da niente a uomini semplicemente  la coscienza.
SILENZIO
Pascolano, dunque, gli animatori del folklore giustizialista barbaricino. I patetici balentes. Poi
cala il silenzio. E ognuno si gratta il suo dolore come una zecca che non si stacca. Alla societ civile
resta lo sgomento di capire, se mai occorressero ulteriori prove, che non vive in un Mondo Perfetto, e
chi dice il contrario, attraverso la melassa televisiva, le sta ancora una volta, drammaticamente,
mentendo. In un mondo perfetto, infatti, omicidi cos impudichi, cos pornografici, non sarebbero stati
tollerati, in un mondo perfetto nessun omicidio sarebbe stato tollerato. E quando parlo di intolleranza
non intendo solo da parte delle forze di polizia e degli inquirenti, no, intendo da parte delle persone, la
gente comune. Intendo da parte di tutte quelle persone che si accalcano nelle camere ardenti a Nuoro, a
Orgosolo, a Lula, a Orune, a Mamoiada... Per alcune di loro, in un mondo perfetto, ci vorrebbe meno
coraggio a presentarsi davanti ai carabinieri e testimoniare di quanto ce ne voglia a partecipare al
funerale delle vittime o a fare la fila nella camera ardente. Questo tuttavia presupporrebbe una
coscienza, la quale, del resto, sarebbe gradita anche in un mondo imperfetto come il nostro. Poi cala il
silenzio... Il silenzio della paura, il silenzio della disperazione, il silenzio della rassegnazione. La Pro
Loco del fucile vuole questo: ricacciare nel profondo qualunque voce, riportare lordine costituito del
pi forte, uccidere qualunque speranza di riscatto. La Pro Loco del fucile vuole finire in prima pagina e
nei titoli dei telegiornali.
ESTATE
Dunque fa caldo, un caldo dinferno. Vi ricordate i bei tempi in cui le previsioni meteorologiche
non ne azzeccavano una? Bene, dimenticateveli, ora le previsioni ci prendono e non sbagliano un
colpo. Insomma, non molti anni fa, la temperatura si viveva con una specie di sana indeterminatezza: si
prevedeva sole ed era nuvolo, si prevedeva nuvolo e cera il sole. A ripensarci questa incertezza aveva i
suoi pregi: intanto eravamo psicologicamente aperti e disposti alle variazioni, ora non pi; poi cera il
fatto che comunque andasse, caldo o freddo, si faceva ricorso al sapere degli avi. Mio nonno, per
esempio, diceva sempre che se ci sono le nuvole sullOrtobene allora piove, in barba alle previsioni
televisive. Altri ricorrevano alla meteorologia traumatica e questo apriva fronti infiniti di
comunicazione: mi scatta la sciatica, dunque piove; mi lacrimano gli occhi, dunque fa caldo; ho mal di
testa, dunque fa vento; si risveglia il male al ginocchio, dunque si  alzata lumidit. Bene, trovatevi
altri argomenti, il tempo, o meglio la temperatura, non  pi un soggetto valido per riempire i silenzi
imbarazzanti durante le conversazioni. Comunque, vi annuncio che anche questa precisione  diventata
uno status symbol: tra i must dei regali per Natale o per un compleanno, oltre allultimo lettore di mp3,
 arrivata la stazione meteorologica palmare satellitare da tenere sulla scrivania; costa un sacco di soldi
e ti rovina la giornata, meglio di cos... Protesto: tutta questa precisione nelle previsioni meteorologiche
ci sta togliendo non solo la possibilit di scaricare piccole frustrazioni quotidiane, piove Governo ladro,
ma anche la capacit di rapportarci personalmente con qualcosa che ci dovrebbe sovrastare.
Mi rendo conto che  una posizione filosofica e la filosofia lascia il tempo che trova,
specialmente se ci sono venticinque gradi alluna di notte, come stanotte. La maledizione  che lo
sapevo, lhanno detto al Tg di mezzogiorno: venticinque gradi alluna di notte, umidit del
settantacinque per cento. A Nuoro. Roba da matti, prima che partissi non succedeva. Deve essere
capitato qualcosa negli ultimi ventanni. Innanzitutto non cerano le zanzare, ora ci sono. Vi rendete
conto? Nuoro  diventata citt nella met dellottocento proprio per sfuggire alle zanzare e alla malaria.
Questo era un posto che poteva contare su un clima straordinario, lo ammettevano anche i detrattori.
Clima secco, dicevano. Clima saluberrimo. Fidatevi, non  un caso se la Chiesa, ai tempi, ha deciso un
trasferimento amministrativo da Galtell a Nuoro. Umidit? Mai vista, dicevano. E allora com che
nelle serate invernali a Funtana Buddia non si cammina per la nebbia? Un motivo c. I bacini artificiali
e il turismo. A me lhanno spiegata in questo modo: dunque, il problema dei problemi era la siccit,
quindi occorreva costruire infrastrutture che vi ponessero rimedio. La diga del Coghinas  una di
queste. Le dighe formano laghi artificiali, per esempio lOmodeo. I laghi artificiali aumentano, con
levaporazione, il grado di umidit. Il tutto avrebbe un senso se, oltre allinnalzamento del grado di
umidit, avessimo anche un innalzamento della quantit dacqua, ma cos non : cornuti e mazziati.
E poi c il turismo. Che centra vi chiederete? Centra, e ve lo dimostrer. Ragioniamo con
calma: il tempo  denaro, lintroito pi grosso della nostra economia regionale  il turismo. I turisti, si
sa, sono animali strani, vogliono stare dappertutto come a casa loro, altra cosa sono i viaggiatori, ma
questo  un altro discorso... I turisti, dicevo, non amano i disagi e converrete con me che le zanzare
sono un disagio, ergo nelle localit costiere si procede ad una massiccia campagna di disinfestazione.
Le zanzare in fuga procedono verso linterno. Qualche anno fa sarebbero morte per il clima inadatto,
ora no, ora trovano il clima giusto grazie allaumentato grado di umidit delle zone interne a causa dei
bacini artificiali. E siamo daccapo.
 luna di notte, a Nuoro ci sono venticinque gradi e il settantacinque per cento di umidit... Il
cavalier Brambilla dorme tranquillo in costa nel suo bungalow disinfestato, senza nemmeno il ronzio
della radiosveglia, e rinfrescato dallaria condizionata e io, nella citt pi salubre della storia della
Sardegna, quella dove appena tramontato il sole bisognava indossare il maglioncino, non riesco a
dormire per le zanzare e per il caldo. Se ci fosse lacqua mi farei una doccia.
REDENTORE
Allinizio doveva trattarsi di una celebrazione religiosa, Nuoro prima diocesi e poi citt, col
tempo si  trasformata in una kermesse folkloristica: Nuoro prima citt e poi diocesi. Il fatto  che
avvenimenti come il posizionamento di un monumento sul monte Ortobene erano un modo di dare
dignit civile a una diocesi, ma anche il modo per definire un nuovo concetto di citt. In pratica
lassunto forte e chiaro era che Nuoro non si poteva definire citt se non entrava in un circuito
culturale, religioso, politico, sociale. Quella statua, oggi centenaria, allora fanciulla, era tutto questo.
Era il simbolo di un riconoscimento, ma anche una cambiale in bianco. Chi scuote la testa sentendone
parlare perde una buona occasione per provare a riflettere.
Il Redentore  come la torre di Pisa o la torre degli Asinelli:  un simbolo collettivo, che lo
vogliamo o no. E con i simboli bisogna conciliarsi o riconciliarsi, perch ladesione a un simbolo  il
passo verso una concezione comune, verso un punto di riferimento stabile che ha fatto grandi molte
delle nostre citt. Poteva capitarci di peggio, ci  capitato il Redentore, che  una statua senza lode n
infamia dal punto di vista artistico, ma potente dal punto di vista metaforico: bronzo che vola, massa
che si libra in aria. Credo che a noi nuoresi questo possa rappresentarci.  un simbolo che doveva
essere soprattutto religioso, ma che sin dal principio non  riuscito ad esserlo, sulle spalle di quel
Cristo, oltre alla croce, sono state posate istanze che di religioso avevano poco.
Non a caso durante i primi anni del novecento i festeggiamenti religiosi e quelli laici erano
profondamente separati. Al monte si pregava, in bidda si esponevano prodotti locali in stand
pomposamente chiamati esposizioni dai giornali dellepoca. Il modello erano le grandi esposizioni
moderniste internazionali. Cera il padiglione alimentare con dolci, vini e formaggi; cera il
padiglione manifatturiero con tappeti, ceramiche, ricami; cera il padiglione tecnico con le ultime
scoperte in fatto di aratura, potatura, mungitura, tosatura ecc. Cerano tanti sassaresi in giro che
sembrava di girare per quella citt. Pensate allimpatto. Si stava costruendo una dignit civica. Nella
Sardegna dentro alla Sardegna, nella terra dei briganti, la Via Majore era illuminata come Piedigrotta, il
sindaco dannunzieggiava nel discorso inaugurale, la lingua nazionale, quella delleconomia per
intenderci, la faceva da padrona. Provinciali meravigliosi che si erano messi in testa di fare un salto di
qualit. Intorno la gente continuava a essere quella che era, ad avere una lingua intima e una lingua
pubblica, a ballare il valzer e il ballo tondo, a vestire in borghese e in costume.
Le gare poetiche erano incentrate sulla ferrovia o sul bastimento, sulle distanze che si
accorciavano, sullindustria e sullilluminazione pubblica. Al Monte si pregava, si intessevano
leggende sul potere taumaturgico dellalluce del Redentore, si spaventavano i bimbi con leffetto ottico
delle nuvole che scorrevano sul capo della statua finch lei non sembrava precipitare addosso a chi la
guardava. Il resto  storia contemporanea, la sfilata e i balli in piazza sono il risultato di una politica
posteriore e a tratti deteriore, a tratti onestamente nostalgica, a tratti occhiuta, lespressione, cio, di un
concetto frainteso di identit, non pi basato sulla sostanza, ma sulla superficie, il folklore, appunto.
Quello furbo e stupido insieme, quello senzanima. Che ad alcuni potr piacere, a me no, non mi  mai
piaciuto.
INDIPENDENTISMO
Da qualunque parte lo si guardi, storicamente e politicamente, lindipendentismo in Sardegna 
stato un movimento marginalissimo, quasi salottiero. E questo perch noi sardi siamo coscienti di far
parte di una nazione e, forse, teniamo di pi allItalia di quanto lItalia tenga a noi. A parte nei tre mesi
estivi, beninteso.
Nel caso ve ne foste dimenticati, fra un indipendentismo e laltro, noi le guerre per questa
nazione le abbiamo fatte tutte, dalla Crimea al Kosovo. Se ve ne foste dimenticati, in Sardegna sono
fioccati in abbondanza solo i caschi blu, le precettazioni dellesercito, e le aree militari per le basi
americane. I teoremi sono quel che sono, sono sostanzialmente slogan, che spostano i problemi senza
affrontarli. Che lanciano messaggi pericolosissimi senza neanche rendersi conto di ci che vanno a
rimestare.
Sarebbe pi semplice dire che al di l delle formule di rito, e delle sigle, il problema della
Sardegna  perenne, sotterraneo, continuo. Lo sa bene chi ci vive tutti i giorni e, pur ignorando il senso
stesso del termine anarco-insurrezionalista, sa bene cosa significa abitare in un territorio dove chiunque
nasce o ha pi di sedici anni  gi un disoccupato. La realt della Sardegna attuale  molto meno
romantica di quanto un gruppo di infuocati, anarcoidi, possa far pensare.
Comunque si firmino, quelli che mettono le bombe sono semplicemente dei delinquenti, uguali
a tutti i delinquenti di tutte le latitudini.  paradossale pensare che chi ha il compito istituzionale di fare
distinzioni e, qualche volta mea culpa, decida di farsi schermo dietro a formule magiche e un po
esoteriche che non hanno alcun riscontro con la storia recente o passata di un territorio.
Purtroppo in tutta questa situazione lunico dato certo, ora e sempre, in Sardegna e altrove, 
che quando scade il dibattito, quando latita la politica, quando agli onesti viene messo un bavaglio,
allora parlano i delinquenti. Quando alle soluzioni si sostituiscono gli spot, parlano le bombe. E il
pericolo vero  che, di fronte a tanta inadeguatezza, la maggioranza degli onesti finisca per chiedersi se
quelli che parlano con le bombe, anarco-insurrezionalisti o meno che siano, non abbiano ragione. Non
hanno ragione, non avranno ragione mai.
DIASPORA
Io so sulla mia pelle che esiste una forma intima di sardit resistente a qualunque spostamento.
E so che questa resistenza dipende da fattori fuori di me. Io sono uno di quelli che hanno lasciato la
Sardegna giurando di non volerci avere pi niente a che fare e si sono ritrovati a capire, con la distanza
e con gli anni, che quando si nasce l non si pu pi andar via. Ho percorso tutte le fasi del sardo di
fuori, quello della diaspora: rifiuto, mimesi, coscienza...
Del rifiuto si pu dire che rappresenta una condizione quasi necessaria: se non trovi una ragione
prima per fare il salto, quel salto non lo fai. E c una stagione nella vita in cui tutto deve venirti a noia.
In particolare per lintellettuale, le dimissioni da sardo sono una specie di atto dovuto, come la scoperta
dellacqua calda. Niente di pi normale, quando la modernit , apparentemente, a sette ore, minimo,
di traghetto. Niente  meno rivoluzionario di questo sentimento. Niente  pi infantile. In
questapparenza di libert, sta spesso lespressione della propria limitatezza. E questo o si capisce
subito, o non si capisce pi.
Come Seneca dice a Lucilio: non  spostandosi che si risolvono i problemi. Un provinciale  un
provinciale, sardo o meno che sia. Eppure ancora c chi confonde lo spostarsi col promuoversi,
varcare il mare come un salto di qualit. Niente, dunque, di pi rivoluzionario, ma niente di pi
scontato. Anzi perch sia rivoluzionario deve essere scontato e durare quanto dura la scintilla che
accende un motore. Se dura di pi vuol dire solamente che quel motore si  ingolfato. Se un
intellettuale sardo si dimette da sardo a trentanni  semplicemente arrivato in ritardo, e rischia di
sfiorare il patetico. Non si pu pretendere di sembrare giovani a oltranza.
Nella grammatica della diaspora la giovent  come lo scatto dellatleta, poi arriva la
performance. Perch il sentimento della diaspora coincide innanzitutto col bisogno di essere accettati.
Ma non coincide automaticamente col valore dellaltrove. Essere fuori non  un valore di per s.
Le dimissioni da sardo hanno un valore in quanto causa, non in quanto effetto, e, soprattutto,
hanno un valore a patto che a qualcuno interessi qualcosa di quelle dimissioni. Se nessuno se n
accorto, hai semplicemente detto di aver compiuto un atto senza averlo compiuto di fatto.
Paradossalmente il sardo della diaspora pu non avere lobbligo di spostarsi. Si contribuisce anche
spostando il proprio punto di vista. Conosco molti sardi che, pur vivendo in Sardegna, di fatto non ci
sono e molti altri che, pur abitando altrove, sono in Sardegna. Il rifiuto conduce alla mimesi, che  un
Giano bifronte.
La prima forma  quella delladesione: a Roma faccio il romano, a Bologna il bolognese, a
Milano il milanese. In nome di una modernit malintesa divento una sorta di uditore stupefatto. Ho
fatto il salto, ho una genetica servile, mi trasformo.
La seconda forma  quella del folk: sono un giocai in divisa, scarponi, vellutino e berrettino a
visiera. Magari sono un sardo di costa, magari non ho mai portato un paio di cusinzos, gli scarponi dei
pastori, in vita mia, ma nella fattispecie lo faccio. Eccomi altrove apparecchiato da Sardo sardo.
Come Alfieri che si toglieva la parrucca per far vedere la rogna, cos questa particolare forma di
mimetismo consiste nel rappresentare una specialit di cui si  contestata la validit a tal punto da
decidere di andarsene. In pratica mi trasformo in quello che affermo di rifiutare, che  comunque
meglio dellanonimato da cui provengo. Una diaspora da se stessi insomma, qualcosa che ha a che fare
con la superficie del fenomeno senza scalfirne minimamente la sostanza. In questa sindrome bifronte,
comunque si compie un atto di marketing e comunque si d corso a una mimesi esterna o interna che
sia. Laccettazione  la fase dellautodeterminazione: dalla diaspora ho imparato che si rimane sardi
perch non si pu scegliere dove si nasce.
SACRIFICIO
Lemozione era questa: leggere Il tamburino sardo a scuola. Lemozione di esistere, di esserci,
di contare... Quella volpe di De Amicis... Lui s che aveva occhio, e penna, per i massimi sistemi.
Rileggo oggi Il tamburino sardo, quellemozione infantile si  dissolta, ma resta il retrogusto di quel
sentimento: quel racconto  una radiografia che mostra il nostro scheletro. Su quelle ossa si 
sviluppata la carne della nostra, specifica, retorica. Poche pagine ed eccoci ufficialmente introdotti
nella Storia dItalia, gi, ufficialmente, relegati in posizione ancillare. Servi muti ed eroi silenziosi, che
poi  lo stesso... La faccia bianca dei sardi che, silenziosamente, si sacrificano, ma non in quanto eroi,
semplicemente in quanto servi. Leroismo  un corollario della parit. Tra pari si  eroi, gli inferiori
possono al pi essere eroi involontari. Quando il commosso capitano proclama leroismo del
tamburino, questultimo trasecola. Lui il sacrificio ce lha stampato nel cromosoma. Leroismo consiste
nel forzare la propria natura sino a conquistare un nuovo e vincente punto di vista. Ma leroismo
involontario del tamburino lo fa semplicemente pi servo. Cos De Amicis codifica il nostro compito
nel mansionario della nazione appena nata e scandisce la parola chiave: sacrificio. Quasi unimpronta
digitale, come lartisticit dei fiorentini, la guardinghit dei lombardi, la sanguignit dei romagnoli...
Questa sintesi, tuttora funzionante,  stata nutrita, sostanziata, dalladesione piena. Noi lo
sappiamo che quella  la tassa morale che dobbiamo pagare, la parte in commedia che dobbiamo da
sempre recitare. Noi siamo gli esecutori e quasi mai i mandanti, la nostra Storia ci ha abbandonato da
millenni, ora facciamo le pulizie nella Storia degli altri. Siamo tamburini, ma anche domestiche. Noi
eravamo le badanti prima delle badanti, eravamo gli extracomunitari prima degli extracomunitari... E
ora, febbricitanti, nel nostro lettino da campo trasecoliamo felici che ci abbiano permesso di esser
scelti.
INVIDIA
La storia  quella del pastore a cui Dio chiede di esprimere un desiderio chiarendo che dar il
doppio al suo confinante ed egli gli chiede: cavami un occhio.
La storia  quella della lotta continua sulle cubature per non subire lo scorno di avere la casa pi
piccola del vicino, e il cortile meno ampio, e la tavernetta meno attrezzata.
La storia  quella di non apparire tanto fessi da chiedere permessi e fare domande, ma superare
tutti in disinvoltura, in amicizie che contano in posti al sole.
La storia  quella di sfruttare senza limiti la propria posizione di assistiti con tutti diritti e niente
doveri.
La storia  quella di essere sempre anti qualcosa e mai pro.
La storia  quella di massacrarsi tra poveri perch si  troppo pusillanimi per invidiare il potente
di turno.
La storia  quella di sgarrettare il gregge del nemico perch sia costretto a uccidersi da solo le
bestie agonizzanti.
La storia  quella di essere inflessibili col prossimo ed elastici con se stessi.
La storia  quella di mandare sempre avanti qualcun altro perch a noi scappa da ridere.
La storia  quella di minare tutto quello che funziona perch dimostrare che si pu significa
dimostrare che si deve.
La storia  quella di ridimensionare; il mio peggior nemico mi vede per strada, mi abbraccia,
dice di essere contento di rivedermi dopo tanto tempo, si informa sulla mia famiglia e poi mi chiede:
ma tu ancora scrivi?.
GIOVINEZZA
Dallalto dei suoi diciannove anni, Arthur Rimbaud sosteneva che compito degli intellettuali era
quello di essere assolutamente moderni. Affermazione che, artatamente isolata e presa alla lettera, 
stata usata dai giovanilisti di sempre come giustificazione a molte, troppe, banalit. Come a dire che la
discussione intorno al primato degli antichi e dei moderni possa concludersi e rinchiudersi nel semplice
dato anagrafico. Cos non , infatti poco dopo Rimbaud stesso chiariva che moderni non significa
giovani, essendo la modernit una categoria dello spirito e la giovinezza una categoria del corpo. Se
non bastasse questo bisognerebbe chiarire che i diciannove anni di Rimbaud erano giovinezza per
lanagrafe, ma maturit per formazione... Un po come  capitato anche a quel giovinastro di Mozart.
Tutto il contrario di quanto succede oggi in Sardegna a certi intellettuali locali: sono adulti
anagraficamente, superati i trentanni si diventa adulti, ma sono infantili nella formazione. Leggono
poco e male, procedono per luoghi comuni e non perdono occasione per dichiararsi il nuovo. La
modernit  una categoria antica. E una novit non  automaticamente moderna. Come sempre le
cose non basta dichiararsele perch accadano. In pittura si era moderni dopo aver ricopiato i classici.
Non c nulla di pi vecchio che proclamarsi il nuovo. Ma anche di questo ci si renderebbe conto con
qualche buona lettura.
Formattazione dello scrittore sardo
Gli scrittori in Sardegna non sono un caso a parte.  la Sardegna che  un caso a parte, gli
scrittori semmai sono quanto di pi omologato esista. Nel campo delle arti, come si sa, omologazione
fa rima con provincialismo. In tutto il mondo questo processo avviene direttamente, ma non in
Sardegna. In Sardegna omologazione e provincialismo sono inversamente proporzionali: quanto pi fai
il non omologato, tanto pi sei provinciale. In questo periodo il mito corrente pare essere sono un cane
sciolto, come se la Sardegna non avesse, fino a oggi, unesperienza vastissima di cani sciolti.
Chiunque ha un minimo di conoscenza di questa terra da un punto di vista delle arti, della politica,
delleconomia, della Storia, sa che listituzione del cane sciolto ha prodotto danni e ritardi
incommensurabili. Ergo, lo scrittore cane sciolto, nella sua illusoria autonomia, diventa
semplicemente uno che vuol correre per conto suo esattamente come il politico o limprenditore di
turno. Il che di per s non  un male, anzi  assolutamente lecito, a patto che non si voglia dare a
intendere che procedere da soli sia lunico modo di procedere. Anzi, che sia endemico dello scrittore.
Anzi, che sia obbligatorio per lo scrittore sardo. Perch allora sorge il dubbio che si faccia riferimento
allabusata, e ormai definitivamente liquidata, provinciale, appunto, figura di scrittore che nasce dal
niente, come un fungo irrorato di rugiada e baciato dalla buona sorte. Chi lo scrittore lo fa, sa che il
genere cane sciolto  fra gli scrittori che soffrono di pi: gavetta lunghissima, frustrazione non
sempre controllata. Lo scrittore cane sciolto  quello che considera il proprio mestiere a partire dagli
altri e mai da se stesso, unaltra contraddizione: non si  mai abbastanza cani sciolti da non discutere
continuamente di cifre, di dati di vendita, di recensioni, quando si raggiungono, ma si  troppo cani
sciolti per farsi venire in mente, a domanda, il nome di un giovane collega meritevole. Si  troppo
cani sciolti per avere un passato, ma non troppo per dichiarare, ed enfatizzare, solo il presente. Il
futuro, fortunatamente, non ci appartiene. Il fatto  che, volenti o nolenti, che lo ammettiamo o meno,
ci imbrattiamo il muso tutti dallo stesso trogolo. Il cane sciolto  soltanto un cane che mangia da
solo, ma il paiolo  lo stesso. Il cane sciolto ha sofferto la fame, si  buttato nella mischia per
spartirsi un osso, e quando non lha preso ha maledetto il padrone che tenendolo docchio ha detto, a lui
come a tutti gli altri, arrangiati, combatti, e ora che  diventato un cane signorinu, ha dimenticato che
senza quellarrangiati sarebbe stato un cane morto, senza nerbo, senza stile e senza una nuova,
confortevole, famiglia. Il cane sciolto racconta la storia che vogliamo sentire: un inno della propria
improbabile endemica solitudinosa solitudine. Ma sa che sarebbe lecito raccontare una storia pi
complessa, forse meno accattivante, forse pi prosaica, ma pi reale: dalla pubblicazione dal tipografo
a proprie spese, allemozione del primo libro stampato sotto contratto, al lavoro, non solo solitario, che
lo ha condotto verso la casa editrice nazionale, considerando il termine nazionale come evidenza di
traguardo, evidentemente, inconfessatamente, da sempre agognato. Il percorso di tutti, insomma, di tutti
quelli che ce la fanno, beninteso. Lo stesso identico trogolo. Poi c chi preferisce selezionare, rifarsi
una biografia pi consona a esigenze di buon selvaggio o troglodita di genio, e chi 
semplicemente quello che : perfettamente integrato, ma assolutamente autonomo. S, perch in
Sardegna integrazione e autonomia non sono, paradossalmente, disgiunti, anzi sono una chiave per
aprire una reale ipotesi di cambiamento: tanti scrittori autonomi, ma insieme, sono forti e fanno forte la
loro terra. E pensate che per far questo non  necessario nemmeno amarsi vicendevolmente, sono
previsti dibattiti e persino antipatie personali, basta amare un progetto superiore: per la Sardegna si sta
insieme, assolutamente. I siciliani sono diventati grandi in questo modo, Bufalino prima di tutti. I cani
sciolti sono esattamente quello che tutti si aspettano dagli scrittori sardi e non solo dagli scrittori: che
sappiano di pecorino, che siano spicci nella forma, ma servili nella sostanza, che accontentino il
padrone con sapori forti e obbedienza imperitura, che siano esotici quanto basta e, soprattutto, che
dimentichino da dove sono venuti. Che regalino alleditore nazionale che li ha pubblicati belli fatti una
nascita senza passare dal travaglio, di cui altri si sono occupati. Nessun cane mangia un altro cane
tranne il cane sardo, lho scritto da qualche parte: datemi torto.
DELEDDA
Il dibattito critico, soprattutto in Sardegna, intorno allopera di Grazia Deledda  ormai, da
tempo, relegato a una sorta di esegesi periferica. La Deledda, tuttavia,  autrice di contenuto e sostanza:
si pu sviscerarne i recessi del non detto, ma bisogna sempre fare i conti con quanto dice
effettivamente. Si pu, cio, continuare a pretendere che sia la Deledda a procedere verso il critico
oppure, come sarebbe auspicabile, si deve fare in modo che sia finalmente il critico a procedere verso
la Deledda. Le eccezioni a questo sistema, direi quasi a questa presbiopia che ci fa vedere male, se non
malissimo, da vicino, sono pochissime, sicch a tuttoggi sappiamo tutto, o moltissimo, della periferia
deleddiana, dalla cucina alle pulsioni erotiche adolescenziali, e, paradossalmente, sempre meno del
centro, del nucleo, rappresentato dal corpus dei grandi romanzi. Che sono, appunto, contenuto e
sostanza. E progetto. Per una precisa, e ampiamente studiata, sindrome del figlio cadetto noi sardi
abbiamo subito il Nobel alla Deledda come fosse stato indebitamente sottratto a una qualche vicenda
culturale comunque pi ampia, degna e rappresentativa della nostra. La sindrome ridimensionante
dellimpatto deleddiano, cos diffusa nonostante il presunto attuale rinascimento delle patrie lettere,
dunque, ha come espressione principale la necessit di giustificazione. Questo  un processo che
collega a filo doppio il fatto letterario con la coscienza di popolo e quindi, a ben guardare, potrebbe
sembrare un segno di benessere di una societ che non ha, per una volta, dissipato i suoi poeti. Se
non fosse, appunto, che la Deledda  stata sempre relegata, tranne rare eccezioni, a rappresentazioni in
levare, mai in battere. Se si chiude la Deledda dentro allovile del folklorico; se la si relega al
compito di mera rappresentante di una cultura altra, esotica e curiosa; se la si dilapida in quelli che
George Steiner ha definito queruli echi di studi accademici di nessun conto e nessun peso; ebbene, si
sta facendo molto di pi che dissiparla, la si sta, semplicemente, incontrovertibilmente, rimuovendo.
E allora proviamo a partire proprio dal senso di appropriazione indebita che il peso internazionale
della Deledda ci fa ancora subire. Partiamo, cio, dal rapporto esistente tra quello che siamo e quello
che ci piacerebbe essere. In questo senso la letteratura ha il compito sociale di proporre modelli,
qualche volta di costruire specchi. Ecco: davanti allo specchio noi sardi facciamo le smorfie. Non c
immagine, per quanto nitida sia, che riesca a rappresentarci degnamente. La Deledda  uno specchio
nitidissimo. Possiamo distrarci con gli arzigogoli della cornice, ma non possiamo sottrarci al riflesso
impietoso della sua scrittura. E gi dire scrittura significa ammettere un problema, denunciare un
colpevole. Perch, a stringere, il peccato vero della Deledda  stato scrivere.  stato, cio,
contravvenire alla regola non scritta che governa una societ orale come quella in cui  venuta al
mondo Grassiedda: rendere permanente ci che  immensamente modificabile, rendere apodittico
lipotetico... In pratica fare il punto, mettere i remi in barca. Trasformare quelle smorfie davanti allo
specchio in uno sguardo serissimo. Avere un progetto manzoniano: quello di fare la letteratura in
Sardegna. Per quanto la si voglia rimuovere, Grazia Deledda ha selezionato, conservato e messo in
opera patrimoni narrativi che sono soprattutto materiali della nostra coscienza collettiva. In una
stagione di imitatori, lei ha proposto un modello interno, originale nel senso assoluto del termine,
quindi decisamente radicale. Un modello onesto: la Deledda dimostra quanta distanza ci sia tra uno
scrittore onesto e un onesto scrittore. E solo chi ne vuole ridimensionare limportanza tende a favorire
la seconda definizione contro la prima. Quando uno scrittore ha un progetto chiaro, un materiale
narrativo per portarlo avanti, la scrittura per nobilitarlo, il peso specifico per imporlo, allora  uno
scrittore onesto. Le conquiste della racchietta nuorese che si era convinta di poter essere scrittrice ci
sembrano, oggi, roba da poco, come da poco, a studenti distratti e insegnanti superficiali, sembra la
conquista di una lingua letteraria. Eppure senza un referente non c nemmeno la possibilit di un
rifiuto. Tutti quelli che storcono il naso per la vecchia Deledda o per lobsoleto Manzoni, possono farlo
perch loro ci sono stati. La Deledda ha prodotto il modello di romanzo in Sardegna.
Quei panni che Don Lisander aveva lavato in Arno per tutti gli italiani dopo di lui, la Deledda li
ha lavati a Istiritta per tutti i sardi, e non solo, dopo di lei. Questo  un fatto. Accademici accorti vi
diranno che molto c stato prima di Grassiedda e certo non si pu dargli torto, segnali di chirografia
hanno prodotto nella Sardegna spagnola del Settecento persino poemetti sullallevamento dei bachi da
seta, ma senza un reale impatto nella scrittura successiva. Gareggiare ad anticipare la data di nascita di
una letteratura scritta con campioni di questo tipo  destinato a rappresentare un mero esercizio
accademico, seppur degnissimo. Nella catena della letteratura ci sono gli operai e gli architetti, ora 
lecito parteggiare per gli operai, ma non si possono ignorare gli architetti. Certo il processo verso una
scrittura letteraria in Sardegna  stato un processo graduale, ma dalla Deledda in poi il processo si 
trasformato in modello. Da azione in fieri a dato di fatto. Lo studioso locale, laccademico di provincia,
non ama dover subire la primogenitura di un format tanto efficace. Nella Sardegna delle Sardegne ogni
Accademia vuole il suo primato. Eppure, nonostante i bachi da seta, il primato della forma romanzo,
modernamente intesa, resta a Nuoro. Per fatti, per importanza. Per contenuto e sostanza.
E allora tutto dipende da quel pretendere dei critici che sia la Deledda ad andare verso di loro e
non che siano loro, come devessere, ad andare verso la Deledda. I lettori nel mondo hanno da tempo
risolto questo paradosso, noi sardi ancora subiamo quasi con fastidio un patrimonio letterario, e
conseguente lascito, immensi. Questo fastidio  il sintomo di un destino ormai endemizzato di servit.
Destino di servit che, a tutti i livelli, quello falsamente identitario delle accademie locali non ultimo,
ha prodotto e favorito un comodo sguardo colonizzato. Dichiarare che la Deledda ha usurpato un
Nobel che sarebbe andato pi degnamente ad altri, per esempio, significa ridurre la portata non tanto
della Deledda come scrittrice quanto la portata di noi sardi come popolo, perch la Deledda e i sardi,
nel mondo, sono inseparabili. E perch lidea di Sardegna con cui dobbiamo fare i conti  quella
sintetizzata e costruita progettualmente dalla Deledda. Prima di lei lo sguardo era eteronomo. Enrico
Costa, per esempio. Scrittore talentuoso, ma con un impeto turistico decisamente superiore
allimpegno stilistico. Costa  un promotore locale, un cicerone, un turista in casa sua. Si pone il
problema del tempo, ma risolve quello dello spazio: la Barbagia di rocce e querce; la Gallura di stazzi e
macchia; il Sinis di paludi e giunchi. Fine. Le vite brevi o lunghe di banditi feroci sono ricacciate nello
sfondo con la freddezza di un baedeker, troppo impegnato a penetrare il mistero della curiosit
antropologica. Digressioni, usi e costumi. Tutto lapparato di chi ha deciso di raccontare ad altri. Un
percorso di sola andata dalla Sardegna al Continente. Come un prodotto addomesticato costruito per
lesportazione. Quando la Deledda si affaccia sulla scena letteraria, lo fa convinta di dover essere
scrittrice, incapace di fare considerazioni turistiche, al contrario di Costa, gioca la carta del locale.
Mentre Costa continentalizza la Sardegna, la Deledda decide di sardizzare il Continente. Mentre Costa
la imbelletta per gli altri, la Deledda la mette di fronte a se stessa. I vezzeggiativi di Costa - casetta,
finestrella, paesino, laghetto - spariscono totalmente dal linguaggio deleddiano. A Grassiedda quei
vezzeggiativi sembrano diminutivi. E quando si progetta di fondare un modello non bisogna volare
basso.  barbiricina e barrosa. Nel 1926 il Nobel alla Deledda  un Nobel ai Sardi, che prima,
semplicemente, non esistevano. Questo non vuol dire che non ci fossimo, ma se non si tiene conto
dellimpatto globale che questo premio ha comportato non si capisce il peso del modello deleddiano. Il
successo di pubblico, le traduzioni, il Nobel producono nel mondo lesplosione, la moltiplicazione, di
unidea di Sardegna. Ma dove limpatto  terribile  allinterno stesso dellisola. In quel momento
preciso si ha la coscienza che il modello di riappropriazione della Deledda  diventato un progetto
manzoniano di riferimento. Ai sardi diventa chiaro che la Sardegna letteraria  diventata pi piccola
della Sardegna geografica. C la Sardegna-Sardegna, il resto  abitato da turisti, sardi senza pedigree.
Allora  da qui che si ricomincia: dallidea di Sardegna-Sardegna che ha prodotto sardi doc e
sardi cos cos. Dallimbellettarsi per gli altri allimbellettarsi per se stessi: Enrico Costa uscito dalla
porta rientra dalla finestra, perch se la discussione verte sul valore intrinseco della scrittura della
Deledda, sul modello che lei ha imposto non c stato dibattito. E quindi al turista continentale si 
aggiunto, letterariamente e antropologicamente parlando, il turista sardo, dove per sardo si specifichi
sardo e basta, molto diverso, molto meno verace del sardo-sardo. La Deledda, dunque, ha prodotto
un sistema di comunicazione che vale per lesterno e per linterno. Ha convinto tutti, ma ufficialmente,
non piace a nessuno. Ha prodotto un modello letterario a cui nessuno dopo di lei, senza eccezioni, ha
potuto sottrarsi. Senza eccezioni. Perch persino chi si gloria di non averla letta, ma si picca di essere
scrittore, ed essere scrittore in Sardegna, lha in qualche modo desunta da altri che lavevano letta bene.
Giuseppe Dess, Gavino Ledda, Sergio Atzeni, sono autori agli antipodi che con la Deledda
francamente hanno fatto i conti, ne hanno accolto la specialit di scrittura dallinterno, perch, pur nelle
reciproche enormi differenze, sono stati costretti a partire da almeno due specificit primarie: la base
antropologica e la geografia fantastica. Anche se il dato comune, a prescindere, sta proprio nel processo
di deleddizzazione che  insito nella stessa decisione di fare romanzo in Sardegna. Dess, che pure
notoriamente si era accreditato come autore continentale, che significava grande chef sardo di cucina
internazionale, ancora nel 1961 nel Disertore non pu prescindere dalla lezione deleddiana e lo
ammette. Ma pi recentemente ancora Padre padrone poggia solidamente le sue basi sul sostrato
antropologizzato costruito, e reso terreno letterario, dalla scrittrice nuorese. E Atzeni, per via diretta o
attraverso Francesco Masala, in pieni anni novanta, nel Figlio di Bakunn riprende, quasi
anastaticamente, la tendenza della Deledda a costruire Storie attraverso le Geografie, ma soprattutto a
costruire protagonisti invisibili, ma sostanziati, resi corporei, dalla pasta della dicera. Persino
Salvatore Satta, a torto, retoricamente, ritenuto lanti-Deledda, per mutuare la grande madre,
nellimmenso Giorno del giudizio, ha dovuto invitare la sua dirimpettaia ad accomodarsi sul lettino
dello psicanalista.
Ma anche lultima generazione di autori sardi ha trovato linfa vitale nel sistema romanzo messo
a punto nella casa di San Pietro: in quella sua particolarissima commistione di realismo antropologico,
verismo, e persino di letteratura di genere; in quella sua particolare lingua locale in salsa accademica,
quasi un dialetto nel senso etimologico del termine, prodotto della mescolanza tra alto e basso, tra
lingua identitaria e lingua di comunicazione; in quella sua tendenza a costruire macondi, luoghi che
ricalcano i luoghi senza lobbligo della precisione topografica. Per questo Fraus, Arasol, Oropische,
Abinei, Nulla, Nurai, non sono solo luoghi, sono suoni di luoghi immensamente locali e
immensamente universali. Sono anchessi brevetti della Deledda.
L'edera, dunque. Come paradigma e come vademecum.
Innanzitutto il titolo, che  una metafora, ma anche una dichiarazione dintenti: prolusione del
narratore, ma anche colleganza con la tradizione della prosa europea. Quasi quello che Henry Fielding
in testa al Tom Jones chiamava rifiutare il concetto di narratore padrone per abbracciare quello di
narratore servo. Da sempre, chi narra, nellesercizio del e poi, scende dal trono del letterato per
elevarsi al livello del cantastorie. Il che significa fare un contratto col padrone lettore. Per la Deledda
quel contratto sta nel titolo: L'edera, la storia di un attaccamento totale, semplicemente.
L'edera, dunque: c una donna innamorata da sempre; e poi c un uomo disperato; e poi c
un vecchio avaro; e poi c un patrimonio conteso. Ma sopra ogni cosa c una promessa e un tempo
irredimibile. Questo  quanto c.
Ma L'edera comincia con una sparizione. Anzi con due: la prima  la scomparsa del figlio
adolescente di Santus, pastore, se n andato in giro per il mondo, tanto per chiarire che fuori dalle
storie c il mondo; la seconda  la scomparsa della gloria dei Decherchi come conditio sine qua non:
senza questa contingenza, infatti, non ci sarebbe motivo di raccontare la storia. Se per caso ci venisse la
tentazione di definire queste condizioni di base ovviet, si tratta di ovviet apparenti perch sono le
basi su cui si sviluppa non solo L'edera, ma lintero sistema deleddiano.
La Barbagia alla fine dellottocento rappresenta per la Sardegna il fulcro di una contraddizione
che, sul piano intellettuale, innesca un involontario circolo virtuoso. Quello che  stato definito un
provincialismo illuminato, frutto di radicamento e, contemporaneamente, disposizione verso lesterno.
Gli antropologi parlerebbero di arretratezza positiva. La Deledda in questa rappresentazione fa la
parte di colei che inghiotte e metabolizza la letteratura senza il filtro della cosiddetta civilt delle
lettere. Legge tutto Grassiedda, vorace come una termite. Poi scrive, non ha un modello, o meglio ne
ha tanti, troppi. Ma ha storie da raccontare, molte di queste le ha sentite e risentite davanti al focolare.
Capisce qualcosa che gli scrittori sardi prima di lei non avevano capito: non c motivo di giustificare
la propria presenza nel mondo; e poi capisce che il cortile di casa  lunica possibilit che ha per
diventare una scrittrice universale. Ha letto di servi della gleba nella steppa, ha letto di cucitrici tisiche
a Parigi, ha letto di pescatori siciliani, di pastori provenzali, di trovatelle nella campagna inglese, di
fantasmi scozzesi, di toreri spagnoli. Ha letto e pianto, ha capito che sotto alle storie c quello che da
sempre ci raccontiamo e che un luogo non  nientaltro che un nuovo vestito, ma che, sotto di esso,
vive, pulsante, il corpo, lanatomia, del racconto. Quello che ne viene fuori  un prodotto assolutamente
particolare, persino venato di esotismo, ma, allo stesso tempo, assolutamente innestato con
lelaborazione della prosa a lei contemporanea.
Cos gi nellincipit dell'Edera gli elementi fondamentali dellimpianto deleddiano ci sono tutti.
Nessuna presentazione, nessuna giustificazione, la storia inizia in medias res, dal cortile di casa,
appunto. Sabato, vigilia della festa di San Basilio. Un posto del mondo: Barunei, che nella Sardegna
fisica sarebbe Baunei, nella Sardegna politica sarebbe il distretto elettorale dellOgliastra, ma nella
Sardegna letteraria  solo un posto al centro di una storia dove quella R che separa la realt dalla
finzione  la chiave che apre il cortile dei Decherchi al mondo.
 vigilia di festa, dunque; come il Sabato del Villaggio di lontano arrivano le note di una hit del
tempo,  Va pensiero di Giuseppe Verdi. E questo  quanto dobbiamo sapere: c ledera, che  pianta
ma anche immagine, figura dellattaccamento cieco; e poi? C la magia dello spazio fantastico ma non
lestraniazione del luogo fantasmico; e poi? C la scoperta progressiva di Annesa attraverso i padroni
di casa Don Simone ottuagenario e Donna Rachele, come se i vecchi Decherchi invitandoci a mangiare
trote fritte a casa loro ci conducessero al cospetto di quella che  serva nella vita, ma  anche regina del
racconto; e poi? C Paulu, loggetto del desiderio, coraggioso e vigliacco, ma di lui, per ora, si parla
soltanto, ne parla il vecchio padre, ne parla la madre, ne parla la figlioletta, in una sorta di evocazione
testimoniale che deve prepararne lepifania; e poi? C il vecchio Zua angelo e diavolo, vecchio e
bambino, complesso e primordiale.
Ecco la Deledda e i suoi massimi sistemi.
Ecco limpianto, il terreno su cui ledera deve crescere.
La vicenda procede per silenzi, come nel pi classico dei sistemi a scatole cinesi. Annesa e
Paulu avanzano luno verso laltra, ma percorrendo due strade diametralmente opposte: lui, Paulu,
quasi una forma evoluta di rustico mitteleuropeo, mettendo in gioco la sua stessa vita, dubitando
sempre, attraversando la Storia come un rio di campagna scrosciante nella stagione delle piogge e
dimesso, solo un filo, durante la stagione secca; lei, Annesa, una versione incupita delleroina classica,
una Medea senza prole, fonte carsica, che sempre rimugina, che sempre dialoga con laltra s.
Ma se Paulu  un eroe moderno, quindi antieroe, , allo stesso tempo, rappresentante di una
genetica locale, primordiale, direi quasi specifica di maschio barbaricino. Di maschio allevato da
femmine e circondato da femmine che esercitano dimesse la loro autorit assoluta. E tuttavia nel gioco
di tensioni che devono mettere in crisi un personaggio ben scritto, Paulu ci arriva stemperato da
qualunque sapore locale. Rappresenta, cio, quella nuova forma di individuo fra due mondi che la
certezza dellaltrove, la coscienza, anche politica, di far parte di una nazione pi ampia stava creando
nella Sardegna interna agli albori del novecento. Paulu rappresenta una promozione agognata, indossa
abiti civili, ha conoscenza del mondo. La Deledda fa agire il suo personaggio in questa doppiezza, in
questo suo essere assolutamente autoctono e assolutamente forestiero, primordiale e moderno.
Paulu  un personaggio in transito: padre e figlio di Don Sebastiano Sanna Carboni. Perch Salvatore
Satta  dovuto partire dal paradigma per declinare il verbo. Paulu, che  unevoluzione di Don
Sebastiano, quindi figlio anagrafico,  il suo padre letterario. Sarebbe a dire che attraverso Paulu come
reazione Satta ha potuto elaborare, quasi due lustri dopo, Don Sebastiano come causa.
E Annesa?  una dark lady. E non sarebbe illecito considerarla tale. Anche Lady Macbeth lo 
stata, ma fra la Sardegna della Deledda e la Scozia shakespeariana c di mezzo Dostoevskij. Annesa
commissiona a se stessa latto criminoso. Non si nasconde dietro le spalle larghe del suo uomo. Annesa
e Annesa lottano costantemente per rimettere a posto un mondo ribaltato. La Deledda a questo punto
potrebbe optare per leroina positiva e invece sceglie la strada dellautenticit. Il bozzetto arcadico
delinquenziale, lassetto bidimensionale, messo a punto da Enrico Costa, qui frana definitivamente:
Annesa non pu evitare di seguire il suo destino, semplicemente, realisticamente. E il suo destino  un
destino di assassina.
Grazia Deledda inaugura in Sardegna la stagione del personaggio problematico, ma, soprattutto,
inaugura la stagione del personaggio problematico che permette allo scrittore di rappresentarlo.  la
concessione di questa autorizzazione il livello da cui non si pu pi tornare indietro. Il punto di non
ritorno. Questa precisa caratteristica, cio, di partire dalla specificit genetico-antropologica del
personaggio, per dipanare il bandolo di una storia mai lineare, diventa, per tutta lelaborazione futura,
anche in Sardegna, lo spartiacque tra un autore - uno scrittore - e un erudito locale: uno che scrive.
Perch  solo attraverso questo rispetto per la specificit locale, solo attraverso questo continuo
dissidio fra mondo del narratore, che  quello reale, e mondo del personaggio, che  scimmia del
reale, pu avvenire il miracolo di raccontare... Per lettori a tutte le latitudini.
Ma ancora si combatte con lo sguardo colonizzato e ancora facciamo smorfie davanti allo
specchio, allo spettatore asservito Lorgoglio degli Amberson sembra una straordinaria saga familiare,
Ledera invece il romanzetto di una scrittrice a cui hanno regalato un Nobel.
Avere elaborato e imposto unidea di Sardegna, aver inchiodato uno specchio infrangibile
davanti alla nostra faccia,  quanto ancora non si riesce a perdonare alla Deledda. Anche se lei del
nostro perdono non ne ha bisogno.
SATTA
Il giorno del giudizio di Salvatore Satta usc, ripubblicato da Adelphi, nel 1979. Avevo
diciannove anni ed ero in un momento estremamente delicato della mia vita. A parte i problemi
sentimentali su cui sorvolo, il momento estremamente delicato consisteva nel fatto che un anno prima,
finito il liceo classico, come previsto da un progetto familiare che risaliva alle scuole elementari, mi ero
iscritto alla facolt di Medicina. Ora il problema era che, nonostante un anno di frequenza e quattro
esami fatti, io non volevo fare il medico. Disattendere le aspettative dei propri genitori  quanto di pi
normale esista, un dato che potrei definire biologico, una specie di prova del fuoco. Ma io non sono
stato un figlio problematico, uno di quelli da cui ci si potesse aspettare unalzata di testa. Per tutto
lanno avevo provato a convincermi che forse non cera niente di male a fare il medico. Tuttavia, per
quanto provassi, mi era sempre pi chiaro che mi stavo infilando in una strada senza uscita. La mattina
in cui avrei dovuto sostenere il colloquio di anatomia bighellonai a lungo. Mi ero alzato prestissimo ed
ero piuttosto angosciato: studiare chimica, fisica, istologia, biologia, e sostenerne gli esami, mi era
sembrato un modo per arricchire le mie conoscenze in senso lato, non proprio lanticamera dellattivit
medica, ma affrontare il colloquio di anatomia cambiava le cose, significava smettere di ingannarsi.
Significava entrare nel vivo della questione. E magari fare una scelta definitiva. Il colloquio and bene.
Allora, per fortuna mia, i cellulari non erano alla portata di tutti, cos potei prendere un pomeriggio di
tempo prima di telefonare a casa. Quel pomeriggio lo passai in giro per Sassari, a ragionare
passeggiando. Walserianamente parlando quella passeggiata fu una specie di percorso interiore, uno
spazio allinterno del quale si poteva tentare di parlarsi senza reticenze. Quello che volevo fare
veramente non lo sapevo, o meglio lo immaginavo, ma era talmente assurdo, talmente fuori dalla mia
portata, talmente incredibile che non osavo, non solo dirmelo, ma nemmeno pensarlo. Il fatto  che io
non avevo la minima idea di cosa significasse fare lo scrittore. Sapevo che dentro di me cera la
scrittura, solo questo. Forse era poco, forse era gi troppo, questo non sono mai riuscito a capirlo.
Comunque quel colloquio di anatomia mi spinse sino al bordo di un baratro, che a vederlo oggi mi pare
poco pi consistente di un gradino, ma che allora mi parve senza fondo. Fare lo scrittore non 
nemmeno un mestiere e dal punto di vista di mio padre, un saggio calvinista barbaricino che capiva
solo quanto poteva quantificare esattamente e solo quanto fosse frutto di uno sforzo quotidiano e
indefesso, sarebbe stato un delitto di lesa maest abbandonare una carriera sicura, consolidata dalla
casta medica della famiglia, per unattivit che non  nemmeno un mestiere. Non avevo paura di mio
padre, non era nemmeno lontanamente parente del padre di Gavino Ledda, non vorrei fraintendimenti
da questo punto di vista. Avevo paura di me stesso. Fino ad allora ero stato un lettore, onnivoro e
incontinente: non sapevo quanto mi sarebbe costato, e non parlo in termini economici, passare
dallaltro lato della barricata, dal consumatore al produttore, per intenderci. Avevo tentato brevi
racconti e mi ero anche detto, mentendo, che li scrivevo per me solo. Giusto per buttare su carta
sensazioni e stati danimo. Cos, nel novembre del 1979, mi trovai a vagare per Sassari, inasprito dai
dubbi, ma eccitato dalle possibilit che mi si aprivano. Prendere in carico la propria esistenza  un atto
tuttaltro che eroico, significa abbandonare linfanzia ed essere disposti a mettersi in gioco sapendo
quanto si rischia. O rischiando comunque, accada quel che accada. Del Giorno del giudizio, esposto
nella vetrina di una libreria sassarese, mi attir la copertina gialla. Ne avevo sentito parlare qualche
anno prima a Nuoro, quando usc pubblicato da Cedam e fu fonte di un piccolo scandalo locale a
proposito di presunte rivelazioni che Satta, nel suo romanzo, aveva fatto sulle famiglie di maggiorenti
nuoresi. Da noi quel romanzo era stato liquidato come lo sfogo acido e indebito di un traditore della
patria. Io non lavevo letto. Ero convinto che si trattasse di qualcosa di talmente risibile e provinciale
che non valesse la pena di perderci tempo. Evidentemente, nonostante le mie letture, sulla letteratura
avevo, e ancora ho, molto da imparare. Poi Adelphi lo ripubblic e io allora ero abbastanza provinciale
da pensare che se una casa editrice di prestigio decideva di pubblicare un libro come quello
evidentemente qualcosa di buono in quel libro doveva esserci. Nel tempo mi sono dovuto ricredere due
volte, la prima sul fatto che quello che io ritenevo scioccamente un librino era in realt un romanzo
magnifico; la seconda, apparentemente contraddittoria, sul fatto che lequazione casa editrice qualit
del libro non  quasi mai valida, dal momento che il testo pubblicato da Cedam non era diverso da
quello pubblicato da Adelphi. In entrambi i casi il provinciale, nel senso deleterio del termine, ero io.
Nel corso degli anni ho sempre tenuto conto di quella specie di rivelazione, da scrittore ho vissuto
lesperienza delleditoria di nicchia con grande tranquillit, mi ha insegnato molto e mi ha dato pi di
quanto io sia stato in grado di darle. Da scrittore ho capito che il valore di un editore dipende dal grado
di autonomia che riesce ad esprimere. Il dato economico arriva dopo, la visibilit anche. Ho anche
imparato a pretendere lettori curiosi, che volessero partecipare alle mie storie piuttosto che stare
relegati al ruolo di spettatori. Davanti alla vetrina di una libreria si possono capire un sacco di cose, nel
suo interno ancora di pi. Si pu capire, per esempio, che accontentarsi dei banconi delle novit  come
fare le vacanze nei villaggi turistici, che sono tutti uguali da qualunque parte del mondo si trovino; si
pu capire che il cuore delle librerie  nellinsieme degli universi che le abitano; si pu scoprire che il
potere di un lettore  quello di scoprire un libro magnifico relegato in uno scaffale arretratissimo e farlo
leggere agli amici, ai colleghi, alle persone care. Poi arriva il mercato editoriale.
Sempre dopo il lettore. Se questultimo abdica a questa funzione, la letteratura muore, il libro
diventa solo merce.
Io ci entrai in quella libreria e comprai il libro giallo col Carro fantasma di Dall in copertina.
Da credente della scrittura lo sfogliai a caso appena fuori dalla libreria. E lessi qualcosa che mi
distrusse: Un vasto silenzio occup la povera stanza, e il morto non era il pi silenzioso di tutti.
Richiusi il libro, poi presi un blocco di appunti e una penna e, seduto su una panchina dei giardini
pubblici, riscrissi quella frase. La riscrissi tre o quattro volte per vedere che effetto faceva tecnicamente
raccontare in pochissime parole un concetto per me cos magnificamente familiare, anche se
inconsciamente. Lidea, cio, che la letteratura, quando  tale, non prevede la morte. Lidea che la
scrittura ha insita in s la possibilit di permanere. Una possibilit che non si dovrebbe sprecare. Quel
morto che parlava, che era meno silenzioso dei vivi, mi apparve come la risposta a quello che stavo
cercando. Allentusiasmo per la scoperta segu la depressione dellimpotenza. La certezza che non sarei
mai stato allaltezza. Guardarsi in uno specchio cos nitido pu fare molto male. A me fece malissimo,
da una parte avevo Il giorno del giudizio e dallaltra il libretto universitario. Un futuro garantito o un
futuro incerto? Non stetti a pensarci pi di tanto, avevo pochissimo tempo prima della chiusura della
segreteria di Medicina. Cos feci una corsa e arrivai in tempo. Davanti allimpiegato feci una delle
domande pi importanti della mia vita: esiste un modulo per rinunciare agli studi di Medicina?
Limpiegato mi disse di s senza molta sorpresa, mi chiese di consegnare il libretto e mi diede un
dattiloscritto da compilare. Mentre svolgevo questoperazione, lui che sfogliava il mio libretto
universitario mi chiese per quale motivo avessi deciso di rinunciare, avevo sostenuto tutti gli esami del
primo anno con buoni risultati. Risposi che lunica cosa che sapevo in quel momento era che non avrei
mai potuto fare il medico. Ed era la verit. Ma la verit vera era che volevo fare lo scrittore. Il romanzo
di Satta lo lessi dun fiato in pullman tornando a casa.  la storia di un posto abitato da viventi
silenziosi e morti urlanti.  un omaggio alla memoria attiva contro la passivit della rassegnazione. 
un romanzo che diventa pi giovane ogni anno che passa, che nasce e rinasce. Che si annoda in un
localismo talmente impudico da risultare assolutamente universale. Il cortile, la strada sotto casa, il
cimitero di paese, la scuola elementare. La mia casa, il mio cortile, i miei estinti, ma, proprio per
questo, quelli di tutti. Una lezione difficile da dimenticare, che pesa come un macigno. La faccia
freudiana della Deledda. Su quel pullman ho sperimentato la paura di quello che ero, ho percepito che,
se volevo concludere qualcosa, dovevo abbandonare la servile certezza di non poter partire dalla mia
identit, che allora mi pareva limitata e inconsistente, e, soprattutto, dire definitivamente addio
allappagante imitazione di modelli consolidati, ma altrui. Insomma, dovevo superare la vergogna di
me stesso e quel pudore che spesso nasconde la brutta presunzione che la scrittura sia altro da s e che
il lettore sia un beota che si accontenta. Forse esisteva unaltra presunzione, positiva questa volta:
quella di considerarsi portatore di un sentimento talmente intimo, talmente sincero, talmente... onesto
che rischiava di diventare un sentimento condiviso a tutte le latitudini. Quando arrivai a casa
imbruniva, mio padre venne a prendermi alla stazione dei pullman, prima che fossi salito in macchina
mi chiese come era andato il colloquio di anatomia. Disse che a casa aveva atteso invano una mia
telefonata. Risposi che era andato tutto bene, poi gli dissi che avevo rinunciato agli studi di Medicina e
che lavevo fatto in modo definitivo. Mi rispose che se lo aspettava, poi mise in moto. Sono passati una
ventina danni, scrittore, alla fine, lo sono diventato, con la giusta fatica. Anni fa mio padre  morto. Ha
fatto in tempo a vedere qualche risultato nella mia carriera letteraria, che tuttavia continuava a
sembrargli insufficiente per garantirmi un futuro, non riusciva a capacitarsi che qualcuno potesse
decidere di sopravvivere, e nutrire i suoi figli, facendo lo scrittore. Infatti, nel vasto silenzio della
povera stanza dove era stato ricomposto, mio padre, che non era affatto silenzioso, continuava a
chiedermi: va bene fare lo scrittore, ma per campare che lavoro fai?
FIORI
Giugno caldissimo quello del 2002 a Roma. In via Giulia si inaugura il nuovo Punto Einaudi. Il
responsabile  un giovane molto entusiasta, uno di quelli che al suo lavoro ci crede. Quando ricevo
linvito a partecipare allevento sono un po titubante, non mi piace la mondanit, specialmente
quella letteraria, e quel pomeriggio si prospettava come una specie di kermesse del catalogo Einaudi a
Roma. Cos provo a telefonare per dire che sono spiacente, ma che, per motivi che ora non ricordo pi,
non credo di poterci essere. Il responsabile del Punto Einaudi non ascolta ragioni, dice che ci saranno
tutti, che non posso mancare eccetera... La cosa non mi incoraggia affatto finch dal cilindro dellastuto
responsabile non viene fuori che nel corso della serata c una sorpresa per me. Chi avrebbe resistito?
Io no. Ci vado e tutto parte come avevo temuto: mare di folla, difficolt di comunicazione, lotte per il
buffet, smancerie varie. Decido di andar via, il mio atto di presenza lho fatto, ho gi dato, insomma. La
sorpresa evidentemente era un trucco. Sono alluscita quando il responsabile mi intercetta, mi chiede
dove sto andando, e, alla mia risposta, mi dice che non se ne parla nemmeno, che c qualcuno che
vuole incontrarmi, dice che  venuto apposta, dice che  arrivato. Mi accompagnano in un punto
appartato allombra su via Giulia, che  diventata una sorta di prolungamento dei locali interni
strabocchevoli di folla. L, al fresco,  seduto Peppino Fiori.  lui la sorpresa per me.  malato, ha lo
sguardo concentrato di chi sta radunando le forze. Ci presentano, comincio a sentirmi come uno scolaro
che stia affrontando un esame. Perch Peppino Fiori  un monumento. Mi guarda, si aspettava che fossi
pi vecchio e pi alto, mi indica una sedia vuota affianco a lui. Volevo conoscerla prima di
andarmene dice. Nonostante laspetto sfinito ha una voce tonante, quella stessa che ricordavo da
ragazzo quando commentava i fatti del giorno al Tg2. Sono talmente emozionato che non so proprio
cosa rispondere. Tutti noi dovremmo conoscerci di pi insiste, io per primo forse me ne sono
rimasto troppo per conto mio. Provo a dire che uno scrittore ha solo il dovere di comunicare con
quello che scrive, che sono onorato dal suo interessamento. Guarda avanti a s con le mani incrociate
fra le gambe, come lavevo visto nello splendido ritratto che Salvatore Ligios gli ha fatto nel 1997. Il
nostro  un discorso che si nutre di silenzi lunghissimi, tutto quello che abbiamo da dirci ci viene fuori
con gli sguardi. Di tanto in tanto qualcuno si avvicina a salutarlo, si rallegra di vederlo, gli domanda
della sua salute. Lui risponde con una cortesia un po piccata e sempre mi presenta al suo interlocutore.
Dobbiamo fare una bella coppia, il monumento e lapprendista, due che consumano il loro unico
incontro a guardare un glicine rampicante che deborda da un muro di cinta. Eppure ci sono tante cose
che vorrei dirgli, ma ho limpressione che lui sappia gi tutto. Infatti mi sorride, poi mi dice che non
sono costretto a star l, che sicuramente ho di meglio da fare. Invece no, non ho niente di meglio da
fare, quellincontro voglio godermelo fino in fondo, tanto pi che in quel punto spira unarietta
piacevolissima. Allimprovviso mi chiede che cosa sto scrivendo, gli dico che sono quasi alla fine del
terzo Bustianu, non oso fare a lui la stessa domanda, ho paura che la senta come uningerenza e non
riesco a liberarmi da un sentimento di grande soggezione. Lui lo capisce, mi chiede della mia vita: da
quanti anni scrivo, dove abito esattamente, quanti figli ho. Poi, a un tratto, mi dice che sta cercando di
lavorare al suo libro migliore: quello che non riuscir a finire. E lo dice con una semplicit che fa
spavento. Gli dico che i suoi libri li ho letti tutti e che ho un debito inestinguibile con lui. Quale
debito? commenta, Da cosa nasce cosa.
Da cosa nasce cosa: dalla scrittura di Peppino Fiori nasce lidea di unisola che non  periferia,
questo  quello che ho imparato da lui. Quando glielo dico fa spallucce, basta volersi bene mi
risponde e dal tono si capisce che non fa riferimento ai banali rapporti interpersonali, ma a un bene pi
complesso, quello che dobbiamo alla nostra origine. A quellatteggiamento, cio, che ci fa portatori
sani di una sardit ricca, in contatto col mondo. Perch descrivere gli apici di questo atteggiamento, la
Vita di Gramsci, quella di Lussu, come ha saputo fare Peppino Fiori, pu significare accrescere un
amor proprio critico. Tutto il contrario di quanto capita attualmente in Sardegna. E allora,
paradossalmente, lunico modo per essere sardi, per essere scrittori sardi, ora e sempre,  quello di
essere antisardi. A questa mia uscita fa uno sbuffo: Queste sono cose da nuoresi mi fulmina, ho
scritto solo quello che andava scritto: il problema non  essere scrittori in Sardegna, il problema 
essere scrittori e basta. Scrittori e basta, come fosse facile. Per lui  stato facile, quando si ha il dono
della scrittura come lui ce laveva tutto diventa straordinariamente facile. Per altri  fatica. Arrivederci
Peppino e, ancora, grazie.
DESS
I sardi non amano i propri scrittori. Sanamente io credo. Quando si  nati in una terra
abbastanza piccola da riuscire a percepire da ogni suo punto il mare che respira, si capisce che i silenzi
sono pi importanti delle parole. Cos lo scrittore sardo nasce e cresce con una sorta di complesso di
inutilit: che senso ha raccontare qualcosa se le parole non bastano, o, peggio, non servono? Questo 
quello che io intravedo allorigine dellinimicizia che i sardi hanno maturato nei confronti dei loro
scrittori, ma anche dellurgenza, reattiva, rivendicativa direi, da parte di questi ultimi, di combattere
contro quel paralizzante complesso. Le cose, sono le cose si dice dalle nostre parti. Quasi a dire che
le cose si descrivono in quanto tali, nella libert del loro esistere, ma nella relativit di tutte le
segretissime interpretazioni possibili. E qui sta il punto: sul carro della scrittura noi sardi ci siamo saliti
con riserva. Siamo narratori che diffidano del codice. In una societ isolana, ma non poi cos isolata,
che ha organizzato il proprio sapere e i propri saperi in senso memoriale, persino mnemonico, la
scrittura appare come un atto troppo definitivo. Loralit combatte da sempre contro la scrittura, ne
rappresenta la base, ma, contemporaneamente, ne rappresenta il serbatoio. Gli scrittori sardi, e per sardi
intendo formati in Sardegna, hanno dovuto scegliere da subito da che parte stare, se nella Fort Alamo
delloralit resistente, allinterno della quale erano cresciuti, o entrare nellesercito regolare della
chirografia manzonizzata, perorata dalla scuola e da quella che si definisce letteratura nazionale. Certo,
non si trattava di rifiutare o accettare la scrittura, ma di trovare una via genetica alla propria scrittura.
Che  affatto differente. La rivoluzione deleddiana arriva a questo punto in un territorio non ancora
modernizzato, non ancora del tutto conscio del suo far parte di una nazione, in una cultura di
silenzio, ma anche di sussurro. Qui esplode la contrapposizione tra unidea della scrittura e la necessit
di trovare la propria scrittura. La Deledda agli inizi del ventesimo secolo pone ai sardi e alla nazione un
problema di metodo: si possono trovare le parole per descrivere una cultura del silenzio? E la sua
risposta  s, a patto che non ci si adegui supinamente a una scrittura altra. Cos si pone il problema di
portare il Continente in Sardegna e non, come altri avevano fatto prima di lei, di portare la Sardegna in
Continente. Il che significava elaborare un sistema di simboli, un metodo investigativo, una procedura,
che partendo dallassolutamente locale potesse approdare a unidea di letteratura, se non autoctona,
perlomeno fortemente radicata, ma fruibile. La Deledda si dedica furiosamente a costruire un ponte fra
la cultura ufficiale e il materiale umano, narrativo, locale che ha a disposizione, e a concepire una sorta
di passepartout per spalancare la porta blindata dellossimoro di trovare parole per lindicibile. Ci che
ne risulta  unidea di Sardegna. Unidea letteraria di Sardegna. Sintetizzata in punti salienti: la
precisione dellonomastica, compaiono gli Efix, gli Zua, gli Elias; lidea, desunta dalle grandi
letterature europee, che il dispositivo narrativo non  un terreno di sperimentazione adeguato, ma una
piattaforma di impianti lessicali; la geografia fantastica, lidea, cio, che sfumando il luogo,
disarticolandolo dalla precisione territoriale, quanto in esso vive e pulsa appare contemporaneamente
pi realisticamente irrelato. La legge secondo cui, in letteratura, unidea di verit si ottiene solo
attraverso lelaborazione, quasi la falsificazione. Idee sostanzialmente contenute in qualunque progetto
di letteratura che abbia in s unipotesi di permanenza. La societ letteraria ha sempre concepito se
stessa in termini di tentativi. E dalla necessit, e impegno, di costruire dispositivi resistenti si definisce
da sempre la qualit degli scrittori. Quanto pi si resiste tanto pi si  classici.
Su questa Sardegna, territorio dissodato dalla Deledda, agisce la scrittura di Giuseppe Dess. In
questo brodo primordiale naviga Paese dombre. Altra formazione quella del villacidrese rispetto alla
nuorese, altra visione, ma coscienza di avere a che fare con un modello assolutamente prevaricante. La
matriarca barbaricina impone le sue regole perch ha concepito un sistema letterario non colonizzato,
piuttosto a rischio di antropologismo, piuttosto a rischio di esotismo, ma autonomo. Ha inaugurato la
stagione della Sardegna letteraria, una Sardegna che ha il solo difetto di essere decisamente pi piccola
di quella geografica. Intanto fra i due sussiste una diametrale opposizione nel senso stesso dello
scrivere: atto molto vicino allistinto di sopravvivenza per la prima, quasi necessit biologica; frutto di
elegante addomesticamento e scolarizzazione regolare per il secondo, quasi una logica conseguenza.
Anche Dess, dunque, deve sedersi al desco della Deledda, che  la dpendance sarda del desco
manzoniano. Ma non ci va da solo, si porta Bacchelli.  un autore moderno a tutti gli effetti, nel senso
culturale e non cronologico del termine.  un sardo partecipe, continentalizzato, romanizzato anche
lui come la Deledda, ma meno impervio, meno rivendicativo, pi inserito, si direbbe, negli odierni
salotti. Basta vedere con quanta scabra linearit riduca a segno quello che nella Deledda  tratto. La
luce della Sardegna di Dess ha la pasta della Padania di Bacchelli, appunto, ma anche lasciuttezza
postbellica della letteratura neorealista figlia della Resistenza e, persino, le sintesi letterarie televisive
offerte dai primi teleromanzi in bianco e nero. Il campo lungo deleddiano diventa, con Dess, un piano
americano; sar Salvatore Satta, poco dopo, a inaugurare il primissimo piano col suo capolavoro Il
giorno del giudizio.
Angelo Uras, il protagonista di Paese d'ombre, innanzitutto. Nel giorno stesso in cui la fortuna
lo bacia, ma neanche la fortuna  Fortuna per lui.  una divinit beffarda che prende almeno quanto
concede. Angelo Uras, dunque. Dolce ed espressivo, tutto inquadrato nello sguardo. Nel percorso
solenne che porta dalla fanciullezza alla maturit. Una storia comune. Una storia di sempre: intestatario
di uneredit inattesa, il piccolo Angelo diviene proprietario di un terreno e passa dallo status di
nullatenente a quello di possidente. Quasi Dickens innestato in Verga, senza il sarcasmo del primo e
con pi fatalismo e disincanto del secondo:
Orfano di padre Angelo non aveva nessuno che gli facesse regali, allinfuori dell'avvocato; anzi
i parenti avevano cercato di portargli via con la frode quel poco che il padre, Giuseppe Uras, gli aveva
lasciato.
Cos si affaccia il nostro protagonista al ciglio del romanzo che racconta la sua storia, con un
destino scritto, quasi che in questo presupposto fosse gi contenuto tutto quello che si pu raccontare.
 una storia dinterni, il paesaggio  una sfumatura, unaria che circonda, una nuance
dellanima. Dess declina la Sardegna a partire dalluomo, usando la scrittura come setaccio che
ripulisce le rozzezze dellimpianto deleddiano.  un gran gourmet, si pone il problema di stemperare
quello che sente come asprezza e produce un sapore altro. Tuttavia non riesce a stemperare il potere
evocativo che nel modello base  contenuto. Norbio e Ruinalta, per esempio, restano entit geografiche
ancora fortemente deleddiane. Come di marca potentemente barbaricina  rimasta quellanagrafe locale
cos esibita: nome, cognome, spesso patronimico. Idea della Sardegna desunta anche dai russi che la
Deledda aveva a suo tempo divorato. Non sapremo mai quanto della coscienza di s deriva
dallimmagine che di noi ha riflesso la nostra cultura, come non sapremo mai se labitudine assodata
dei sardi di definirsi per nome e cognome, ormai non solo letterariamente, dipenda non da quello che
sono ma da come sono stati descritti. Angelo Uras, figlio di Giuseppe Uras.
E inizia la storia. Che  una storia di distanze e di impossibilit come tutte le storie. Alla fine di
tutto ci si ritrova sempre a raccontare la stessa vicenda della difficolt di raggiungere un obiettivo
prefissato. Ma la voce dellautore conta e la voce di Dess  talmente precisa, talmente limpida che pare
purezza distillata.  voce di silenzio. La madre tonante ha prodotto un figlio taciturno e riflessivo, ci
vorr Salvatore Satta a costruire la sintesi. S, perch, a ben guardare, Dess rappresenta lespressione
nonviolenta di un processo di assimilazione. E Paese dombre ne rappresenta la formalizzazione, la
distillazione di processi altrimenti impuri. Dess a unidea di letteratura nazionale ci tiene fino in fondo.
Pi di quanto ci tenesse la Deledda, troppo temeraria e presuntuosa per occuparsene, molto di pi di
quanto ci terr Salvatore Satta, che affermer di considerare il suo capolavoro soltanto alla stregua di
un atto dovuto alle sue radici, non per niente era un giurista. Questo tenerci determina il sapore
internazionale della cucina di Dess. La sua Sardegna da esportazione  il frutto di una mediazione
estenuante, ma anche il logico punto darrivo di un progetto che aveva come traguardo di adattare
materiali ostici a palati fini. Che  un progetto importante anchesso se ci si libera dai lacci di una
concezione affatto movimentista del mestiere dello scrittore. Paese dombre costituisce il paradigma,
linguistico, lessicale, logistico, di una sardit che a partire da Enrico Costa aveva tentato di vincere la
partita con la modernit, e con la scrittura, attraverso ladattamento piuttosto che intraprendere la strada
della rivendicazione.  un borghese e un gentiluomo, Giuseppe Dess, e ha quella distanza tutta
campidanese, verrebbe da dire urbana, che non gli permette di trattare senza filtri materiali letterari
scabri, epiche sanguinarie, paesaggi ostici. Anche la natura matrigna profuma di frutteto. Anche la
roccia pi acuminata  percorsa da uno scrosciare di fonte. E le canne al vento diventano ben presto fili
di paglia:
Pens che la vita  regolata da leggi irreversibili, alle quali gli uomini sono soggetti come i fili
di paglia...
Il che non rende la metafora pi esile, ma solo pi adattabile, appunto.
Nel 1963 Giuseppe Dess, per conto della televisione di Stato, si dedica a una serie di
documentari sullinterno della Sardegna. Il progetto verr trasmesso col titolo La Sardegna: un
itinerario nel tempo. A rivedere oggi quei documentari, quel che colpisce di pi non  sentire la voce
priva di cadenze di Dess, n vedere il suo volto ieratico, quanto percepire il suo stupore. E allora 
lecito supporre che da s sia partito: quella Sardegna di cui raccontava sorprendeva lui per primo. 
probabilmente attraverso la televisione che Dess e la Madre di tutti gli scrittori sardi, la Deledda,
raggiungono il punto di maggior contatto. Nel 1961 era uscito Il disertore, quasi un cedimento, ma un
cedimento lirico e concentratissimo. Unode barbara. Paese dombre  una sorta di emendamento a
quella ubriacatura, ma non  sintomo di un pentimento. Nella particolare cosmogonia di Giuseppe
Dess le descrizioni assumono significato in quanto reazioni e antidoti al male di raccontare dal ventre.
Il borghese figlio di un militare scrive con la testa e si fa latore individuale di fatti collettivi, quasi pi
vicino a Trieste che a Cagliari. Anche in questo caso per leggere Dess, e per capirne la grandezza
dimessa, dobbiamo ricorrere a Salvatore Satta che ne aveva risucchiato in toto la capacit di innestarsi
con la Mitteleuropa. Tuttavia Dess, problematico e generatore di creature problematiche, era
settentrionale solo nellatteggiamento (di Bacchelli si  gi detto), nellandamento narrativo (lettore
accanito di Svevo), ma non era riuscito a incarnare quella spinta espressionistica che invece era stata
immediatamente colta dal giurista nuorese nel Giorno del giudizio.
Discorso a parte merita la lingua di Paese dombre, uniforme, ma non certo uniformata. Sintesi
anchessa di un processo di elaborazione costante. Chi scrive con la testa non sa scrivere di getto. Ecco,
il paesaggio lessicale che ne consegue  acqua pura di sostantivi sempre accompagnati da adeguati
predicati, comme il faut. Tutto assolutamente neutralizzato, con i pochi lemmi in lingua sarda
immediatamente tradotti in parentetica. Come un sapore appena accennato. Anche la lingua pu
rappresentare unidea di Sardegna, e in tempi come questi in cui alla Limba si d potere di decretare
quarti di sardit, piuttosto che decretare la liberazione dal complesso di essere minorit, allora la lingua
di Dess potrebbe rappresentare una sorta di reazione morandiana. Come il pittore bolognese aveva
reagito con lasfissia a tempi urlati, cos Dess aveva reagito con la lingua del silenzio al complesso di
inferiorit che la lingua sarda si portava addosso e, nonostante i reiterati tentativi di rianimazione, se
non di coltura in vitro, attualmente ancora si porta.
Perci Dess  figura di un sardo trasfigurato, perfettamente adattato allidea che il silenzio che
consegue alla presa di distanza produce un urlo assordante. Cos si allontana, produce sapore di
Sardegna senza necessariamente sottostare ad obblighi di sardit. Come un viaggiatore innamorato
della meravigliosa bellezza del paesaggio che sta osservando e gi conscio che, per quella meraviglia,
le parole non bastano.
Ecco perch, sanamente, Dess entra nel novero di quegli scrittori che i sardi non amano.  in
ottima compagnia. Egli pare rinunciatario proprio dove  maggiormente resistente e non si adegua al
modello di scrittore sardo perch vuol essere scrittore e basta.
ATZENI
Pi si legge Atzeni, pi ci si imbatte nella frustrazione di dover ammettere che non esiste un
concetto di nuovo che non si porti dietro, o dentro, la maledizione del vecchio. I reduci del Quinto
passo  laddio, per esempio, si convincono che limpulso verso un nuovo a venire basti gi ad
assaporare quella novit presunta, ma sono costretti ad ammettere che quello  un entusiasmo di
brevissima durata, come lillusione, cinque passi appena, che il veleno del serpente d a chi pensa di
poter sopravvivere al suo morso. Il morso della natura  tale che proprio quando si promette il
cambiamento si sta coltivando il cognito (su connottu), quasi per una sorta di genetica della povert e
dellinconsistenza umana. Sergio Atzeni  uno scrittore straordinariamente generoso, ama i suoi
personaggi fino al punto da vezzeggiarli nonostante la loro povert morale e intellettuale (mischinetti).
La sua Cagliari  come una zattera della medusa dove reduci di tempi migliori presunti vivono in
costante confronto col vecchio che li sovrasta. Indigenti e preveggenti questi personaggi si aggirano
nella citt vecchia come turisti di se stessi: vengono da quartieri senzanima e fanno spedizioni verso il
nucleo originario, Castello, Bastione, piazza Yenne, come piccoli rivoluzionari senza un vero progetto
se non quello di trovare uno sbocco purch sia alla loro tremenda sete dillusioni. Come archeologi
testardi a cui manchi lalfabeto per interpretare una lingua. Vecchio e tradizione non appartengono alla
stessa categoria del pensiero. Ma questa sfumatura  per palati fini: nei personaggi di Atzeni
limpellenza di vivere sovrasta il bisogno danalisi. E in questo c molto del bivio in cui, come sardi,
sempre ci troviamo: se di una cosa non si parla di fatto non esiste. Se di scorie nucleari e di regioni
pattumiera non se ne parla, non esistono... Se di abusi edilizi e cementificazione delle coste non se ne
parla, non esistono... Se di degrado e sperequazione sociale non se ne parla, non esistono. Per la
Sardegna esistono solo i balentes. Esistono anche i pochi metri quadri di coste smeraldate e tutto il
campionario di nani e ballerine che li affollano. Esiste quello di cui si parla volentieri. Cos il nuovo
parrebbe imbastire illusioni, magari cementificazione non oltre due chilometri dalle coste, ma subito,
cinque passi appena, ecco che gli assetti si sistemano. Gattopardescamente tutto cambia, perch niente
cambi, ai padroncini vecchi si sostituiscono i nuovi. Uno illusione, due entusiasmo, tre realt, quattro
delusione, cinque fine, addio. Il Dna della Sardegna, dellItalia, dellEuropa, insomma. Qualcosa che ha
a che fare con lorgoglio come categoria presunta: abbastanza da vedere le alternative, non abbastanza
da portarle fino in fondo. Uno scrittore come Atzeni pu dirla lunga sui tempi che stiamo vivendo.
Oggi che ci gloriamo di aver generato un nuovo corso, oggi che parliamo senza vergogna di
rinascimento con la solita, vecchia presunzione di chi ritiene possibile poter giudicare i propri tempi.
Le nuove stagioni, i rinascimenti, hanno il difetto che bisogna viverli e non si pu giudicarli. Sergio
Atzeni ha avuto laccortezza, il buon gusto, la genialit di raccontare storie senza la presunzione della
Storia. Ci ha mostrato personaggi viventi senza giudicare le loro vite. E per questo a mio parere  uno
scrittore immortale. Cos pu succedere che, dopo molti anni dalla scomparsa, Sergio Atzeni appaia di
gran lunga pi lucido di molti autori che ritengono di essergli sopravvissuti. Pu anche succedere che,
aldil di tutte le celebrazioni, ancora lautore che si presume di celebrare risulti pi vivo dei celebranti.
Non c celebrazione di vivi che non si porti dietro, dentro, lillusione di potersi permettere parole in
vece di chi  scomparso. E questo lo si fa disattendendo il suo statuto di scrittore. Perch Sergio Atzeni
in voce non pu pi parlare, neanche per contrastare immaginifiche esegesi della sua opera; ma come
scrittore parla tuttora e parla ora. E contraddice in ogni sua riga chi afferma di poter aprire la porta
blindata della sua scrittura. A quale leggerezza fa riferimento, per esempio, Sergio Atzeni nel suo
ultimo romanzo? La domanda  ardua, la risposta pure. Perch Passavamo sulla terra leggeri  un
auspicio pi che unaffermazione. Dunque, la leggerezza di cui si parla potrebbe essere lespressione
della volatilit del racconto in una societ che ha costruito proprio sul racconto, sul fiato e
sullorecchio, la propria Memoria. La Storia pesante  storia di civilt pesanti, quella si scrive incisa
sulla pietra dei conquistatori, ha codici certi perch  la storia dei forti. Quella che racconta Atzeni 
unaltra Storia, unaltra Memoria: leggera, appunto. Ma infinitamente poetica. Una poesia che salva,
perch raffina il racconto sino al nucleo. Perci andare sulla terra leggeri  esattamente andare su tutte
le terre leggeri. La leggerezza di una Memoria  la capacit di sorvolarsi e farsi Memoria di tutti. Il
materiale grezzo spremuto nel torchio della poesia, distillato nellalambicco del passaggio di consegne,
si trasforma in una Storia talmente leggera da diventare non una storia, ma la Storia. La
presunzione di pesantezza d risposte, la meravigliosa leggerezza fa domande. Cos Passavamo sulla
terra leggeri  un romanzo di domande. Con quale voce si racconta? A chi si racconta? E perch mai
dovremmo assumerci la responsabilit di raccontare? Circondati dalla materia grezza per palati
grossolani del folklore di massa, quello che Atzeni ha da raccontare sulla Sardegna sembra quasi
risibile, leggero, appunto. Sembra, cio, che egli voglia tentarci sulla strada del rifiuto dellunicit. E
allora la domanda : una civilt  grande perch unica o diventa grande quando riesce a includere
rinunciando alla propria unicit? La politica balneare, del tutto compreso, delle coste offese, del
cemento selvaggio, delloccupazione militare, pare aver gi risposto per tutti i sardi. Pare aver chiarito
che nella retorica delle civilt la Sardegna ha un posto soltanto in quanto civilt scomparsa. Mentre nel
campo del folklorismo la Sardegna pare avere un surplus di memorie inutili: in fondo basterebbero una
mastruca e un po di vento. Atzeni propone unaltra via, la via sopravvivente del custode del focolare.
Passavamo sulla terra leggeri  la storia dellultimo dei mohicani che ha la maledizione di una
memoria da trasmettere. Dappertutto intorno a lui impazza la sagra delloblio: il mirto per turisti, la
cena dai pastori, la gita in fuoristrada dai banditi, i balli sul palco in piazza. Ma lui, lultimo dei
raccontatori, soffia con dolcezza il cumulo di sterpi che dovrebbe nutrire la fiamma di una memoria pi
complessa. Leggera e complessa come una trina. Qualcosa di cui andare fieri senza paure, qualcosa che
ci permetta di sorvolare su quello che siamo per affermare che nel racconto e nella vita non  tanto
importante quello che si racconta, ma come lo si racconta. Nel paese delloblio si pu nascere dal nulla,
nel paese della leggerezza quello che sei  una trama tra le migliaia che compongono la trina.  un
orgoglio a ritroso, lorgoglio di far parte, non quello di essere a parte. Non c nessuna
consolazione nella solitudine, e lorgoglio dei solitari  solo la paura di capire. Chiedetelo allultimo
dei narratori, al ragazzo che ha dovuto accumulare trame su trame, al piccolo Omero sardo, fra tutti gli
Omeri del Mediterraneo. Lui vi risponder che passare sulla terra leggeri significa certo rischiare di
passare non visti, ma significa soprattutto correre questo rischio in nome della tolleranza. Vi dir che ci
vuole qualcuno a soffiare sulla fiammella per impedire che si spenga. Vi dir che questo compito 
quanto spetta allo scrittore o al poeta se vuole difendere la Memoria contro il Folklore. Vi dir di
soffiare leggermente, molto leggermente, per non uccidere (stutare) la fiamma.
Amo Sergio Atzeni, scrittore morto annegato a 46 anni, perch non ha avuto bisogno di viverlo
per poter descrivere labisso silenzioso in cui  stata scaraventata la Sardegna in questi anni di
colonizzazione del non-pensiero, della identitariet, del servilismo acritico. Siamo i primi fornitori
nazionali di veline brune, per. Belle e mariposas.
MANNUZZU
Parlare di Salvatore Mannuzzu  un onore, un piacere, un dovere. Posso fregiarmi di avere con
lui un rapporto di rispetto e di stima. E posso persino evitare di ricorrere a formule di rito per dire che
da un punto di vista delle scelte letterarie siamo due autori assolutamente agli antipodi, ma non distanti,
paradossalmente ci uniscono molte pi cose di quante ci dividano. Certo la formazione, leducazione
del Capo di Sopra, non  la formazione e leducazione della Barbagia; certo lurbanit, direi quasi il
cosmopolitismo, del giurista, del cittadino, dellitaliano, non  la paesanit, direi quasi la cortilit, del
pastore, del locale, del barbaricino; ma queste due Sardegne si incontrano, qualche volta si scontrano,
nel territorio franco della letteratura. L pu avvenire che di bocca in bocca una fetta di mondo, di
altrove, raggiunga persino lo sperduto villaggio delle montagne, e pu avvenire che il cittadino senta la
nostalgia di terra e di canto a chitarra. Con le persone come Salvatore Mannuzzu le differenze
uniscono. Il rispetto unisce, disunisce il disprezzo. Io devo molto a Salvatore Mannuzzu, e con lui a
Giulio Angioni, a Gavino Ledda, a Sergio Atzeni... Devo a tutti costoro, essendo arrivato dopo, lidea
che si potesse essere in Sardegna contemporaneamente autori e viventi. Oltre il paradosso, il dono 
stato capire che anche in questa fetta di mondo, anche dalla mia cortilit, si poteva aspirare a diventare
scrittori. Certo la Deledda, Cambosu, Satta, persino Dess, lavevano gi fatto, ma avevo di loro un
concetto lontano, defunto. Riuscire ad essere scrittori e anche sardi era una scommessa magnifica. La
mia scommessa, non certo quella di Mannuzzu, che mi ha insegnato il fondamento della mia idea di
identit: Quando di identit si inizia a parlarne allora vuol dire che  morta. Ecco che per differenza
ho finito per amare un modello di scrittura e di scrittore che era, ed , lontanissimo da me. Sotto molti
aspetti migliore: non c dubbio che Mannuzzu sia pi scrittore-scrittore di quanto io potr mai aspirare
a essere; ma, dal mio punto di vista cortilivo, quel modello di scrittore mi avrebbe costretto ad
abbandonare quanto di acre e ruspante mi porto nel codice genetico. Io sono un provocatore, unu
brigantinu, come si direbbe dalle mie parti, a me piace fare a botte, metaforiche si intende. Salvatore
Mannuzzu  un signore vero, non deve nemmeno farlo il signore,  cos principesco e un poco distante,
di una olimpicit che io ho spesso invidiato ma senza desiderio. Lui pensa e scrive una scrittura altrove,
sopra, fuori, aldil, e genera la lingua come farebbe un orefice; io scrivo qui, dentro, nelle viscere e
scrivo ingegnandomi di imitare la parola. Eppure ho amato infinitamente Procedura, leggendolo come
una forma sassarizzata del Giorno del giudizio, perch dentro Procedura c lironia senza il distacco,
c il dolore senza lineluttabilit, c la forma romanzo che lava i panni a Nuoro. Cos ho letto
Mannuzzu come la cartolina di un parente che ti appartiene, che  anche tuo, ma che vive molto lontano
da te. Lho letto e lo leggo con un affetto pieno di ammirazione e con un sottile senso di disagio per
quanto di sattesco e sattiano  in lui pi che in me, ancora. Lui mi dimostra tutti i giorni che la sola
vanit dello scrittore sta nelleleganza della scrittura che indossa. Lui mi dimostra, col suo silenzio, che
dentro al mio fragore c spesso una sindrome da figlio cadetto che non si sente amato. Lui mi dimostra
che il privilegio dello scrittore  di allevare i propri romanzi e farli camminare per il mondo.
Vano tentativo di stabilire una distanza
Da bambino, nei giorni di festa, mi svegliava lodore dolce amaro dellagnello, si preparava
fuori in uno spiazzo ripulito fra gli olivi e i quercioli. Allarrosto nella mia famiglia ci hanno sempre
pensato gli uomini,  un lavoro lungo fatto di attese e controlli e storie per passare il tempo. Le donne,
in casa, preparavano i ravioli di ricotta e i malloreddos. A noi bambini spettava lincombenza di
posizionare la pasta fresca su un telo di lino grezzo perch si asciugasse. Il pranzo della festa era un rito
collettivo, un modo per saggiare lunit della famiglia. I vecchi si dividevano equamente: le nonne in
casa a dare consigli, i nonni in cortile a versare il vino. Sulla cottura dellagnello cerano varie scuole di
pensiero: quella dei tradizionalisti, che lo volevano infossato; quella dei modernisti, che lo volevano
infilzato. Le due scuole erano distanti sia per modalit che per filosofia. Linfossatura era un metodo
per gente molto paziente, per gente che sapeva quello che faceva; limpalatura era per gente spiccia,
che voleva avere tutto sotto controllo.
Linfossatura richiedeva una preparazione complessa, si iniziava scavando una fossa abbastanza
profonda che potesse contenere lagnello, poi si preparava una brace di quercia, con bacche di ginepro
e cespugli di mirto, su questo letto ardente si posava la bestia scuoiata e lasciata a frollare per tre
notti, quindi si ricopriva con altro mirto, ginepro, timo e rosmarino, il tutto veniva a sua volta ricoperto
di terra. In cima al tumulo si lasciava uno sfiatatoio. E poi si aspettava. Ma non era un attendere
passivo, chi seppelliva lagnello non si spostava mai dal forno, pareva che avesse lo sguardo a raggi
X, perch sapeva, capiva dal colore del fumo, dal profumo che emanava dallo sfiatatoio. Dopo ore di
attesa si stabiliva che era arrivato il momento, con delicatezza si disseppelliva, si toglieva lo strato di
terra e la copertura aromatica. Lagnello giaceva nel fondo, brunito e croccante, ma non asciutto, la sua
carne restava umida e saporita, unesperienza unica.
Limpalatura richiedeva un lavoro preliminare che riguardava soprattutto il corretto inserimento
dello spiedo, la distanza dalla brace, che doveva essere di due tre palmi e, cosa fondamentale, il
posizionamento verticale della carne da arrostire, alla turca; gli impalatori controllavano la cottura
minuto per minuto e facevano ruotare lo spiedo. Il risultato era una carne pi asciutta e un sapore pi
naturale. Una differenza che  anche appartenenza, un sapore che  anche identit.
Pi mi allontano e pi mi trovo al punto di partenza. Anni di distanza e basta un odore a
riportarmi indietro. Basta un sapore a riportarmi indietro. E un suono lontano, magari appena
accennato, mi risucchia verso casa. Un gregge visto dai finestrini di un treno. Un accento percepito in
un ufficio pubblico, al ristorante, al supermercato. E il concorrente sardo al telequiz, al talent show...
Lautore sardo in libreria. Linsegna col nuraghe nella grande citt straniera. Il souvenir a casa di un
conoscente. La cartolina estiva calamitata sul frigorifero... Tutto, tutto mi riporta a casa quando credo
di esserne definitivamente partito.
...
.
...
Non una conclusione.
.
Vorrei una Sardegna in cui non fosse tanto facile essere speciali. Perch dentro il concetto
stesso di specialit, applicato a un popolo, c unidea di distanza.  speciale chi sa fare meglio delle
cose, chi ha raggiunto un risultato sofferto, chi ha meritato di uscire dalla normalit. Essere sardi non
significa automaticamente essere speciali. Essere altro. Lessere speciali, lessere altro, sono condizioni
che vanno conquistate e dimostrate sul campo, per tutti. Lillusione della specialit etnica  sottilmente
fascista e produce pigrizia: sono sardo e questo deve bastare, tutelatemi, assistetemi, io sono qui. Ma il
certificato di nascita non basta, quel pezzo di carta certifica solo una casualit biologica, non certo un
diritto acquisito. Ecco, vorrei una Sardegna dove si impara a essere anche sardi. Vorrei un luogo che
non fosse martoriato dallangoscia del s, dalla sicumera di chi, nel profondo, si sente inferiore, dalla
prepotenza del figlio cadetto. Vorrei una Sardegna dove si smettesse di dibattere dei massimi sistemi
per non affrontare la banalit del quotidiano. La ricerca di uno status accettabile sta producendo un
destino di soffocante frustrazione. Non siamo quel che siamo, ma qualcosa a cui, ostinatamente,
vogliamo assomigliare. Non siamo quello che siamo ma la copia di una copia. Vorrei una terra dove si
dichiarasse il tradimento di adattarsi alla visione altrui, solo perch tutto quello che abbiamo ci sembra
di per s inferiore a quello che hanno altri. Vorrei una Sardegna che potesse vedersi da fuori. Vorrei
che noi sardi vedessimo come ci siamo ridotti, come ci siamo lasciati ridurre. Senza latto consolatorio
di unalzata di spalle: che tanto le cose vanno come vanno, altrove s, ma qui che si pu fare? Ecco,
vorrei una Sardegna dove la specialit fosse di ricordare quanto fa parte del nostro patrimonio di
asserviti, di orgogliosi, di emigranti, di banditi, di pastori, di matriarche, di coloni, di contadini, di
meticci, di menti fini, di Presidenti della Repubblica, di fondatori di Partiti, di carabinieri, di poliziotti,
di pescatori, di Veline Brune, di Bond Girls. Di soldati. Vorrei che ricordassimo sempre quante guerre
abbiamo combattuto e per chi e perch. Vorrei che tenessimo ben presente quanto di bene, e anche
quanto di male, quello che siamo ha portato nel mondo, perch una cultura sana si interroga senza
consolarsi n giustificarsi. Una cultura sana diventa stabile riconoscendo i propri limiti. Vorrei che
potessimo sentirci popolo anche in Sardegna, non solo appena varchiamo il mare. Vorrei una terra dove
gli intellettuali dimenticassero di allisciare il pelo al potente di turno, anche a se stessi, quando le due
cose coincidono. Gli intellettuali che piacciono a me non sono mai una garanzia, sono polvere negli
occhi e sonni agitati per chi si  preso lonere di governare. Voglio un posto dove i paesi sono belli
almeno quanto basta per assomigliare alla bellezza di chi li abita. E non siano lespressione, quasi
lanamnesi palese, della sindrome da incapacit di considerarsi comunit. Vorrei una terra dove 
concesso sbagliare e dove  concesso ammettere il proprio errore, ma dalle nostre parti nessuno sbaglia
mai,  sempre stato qualcun altro a farlo. Vorrei un posto dove si sapesse gioire dei successi altrui come
se fossero di tutti noi. Dove si riuscisse ad includere piuttosto che escludere, nella lingua come nella
cultura, nella natura come nelleconomia. Vorrei che parlassimo un linguaggio senza dietrologie e che
imparassimo ad amarci come vorremmo essere amati, come sentiamo di dover essere amati. Voglio
tutto quello che possiamo avere, perch noi sardi siamo speciali quando ci mettiamo una cosa in testa.
...
FINE.